lunedì, marzo 30, 2009

lunedì, marzo 23, 2009

Cos'è questo golpe? Io so

di Pier Paolo Pasolini

Io so.
Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato "golpe" (e che in realtà è una serie di "golpe" istituitasi a sistema di protezione del potere).
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.
Io so i nomi del "vertice" che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di "golpe", sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli "ignoti" autori materiali delle stragi più recenti.
Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).
Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l'aiuto della Cia (e in second'ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il '68, e in seguito, sempre con l'aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del "referendum".
Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l'altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l'organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista). Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi italiani bruciavano), o a dei personaggio grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli.
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari.
Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.
Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l'arbitrarietà, la follia e il mistero.
Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell'istinto del mio mestiere. Credo che sia difficile che il mio "progetto di romanzo", sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti. Credo inoltre che molti altri intellettuali e romanzieri sappiano ciò che so io in quanto intellettuale e romanziere. Perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il '68 non è poi così difficile.
Tale verità - lo si sente con assoluta precisione - sta dietro una grande quantità di interventi anche giornalistici e politici: cioè non di immaginazione o di finzione come è per sua natura il mio. Ultimo esempio: è chiaro che la verità urgeva, con tutti i suoi nomi, dietro all'editoriale del "Corriere della Sera", del 1° novembre 1974.
Probabilmente i giornalisti e i politici hanno anche delle prove o, almeno, degli indizi.
Ora il problema è questo: i giornalisti e i politici, pur avendo forse delle prove e certamente degli indizi, non fanno i nomi.
A chi dunque compete fare questi nomi? Evidentemente a chi non solo ha il necessario coraggio, ma, insieme, non è compromesso nella pratica col potere, e, inoltre, non ha, per definizione, niente da perdere: cioè un intellettuale.
Un intellettuale dunque potrebbe benissimo fare pubblicamente quei nomi: ma egli non ha né prove né indizi.
Il potere e il mondo che, pur non essendo del potere, tiene rapporti pratici col potere, ha escluso gli intellettuali liberi - proprio per il modo in cui è fatto - dalla possibilità di avere prove ed indizi.
Mi si potrebbe obiettare che io, per esempio, come intellettuale, e inventore di storie, potrei entrare in quel mondo esplicitamente politico (del potere o intorno al potere), compromettermi con esso, e quindi partecipare del diritto ad avere, con una certa alta probabilità, prove ed indizi.
Ma a tale obiezione io risponderei che ciò non è possibile, perché è proprio la ripugnanza ad entrare in un simile mondo politico che si identifica col mio potenziale coraggio intellettuale a dire la verità: cioè a fare i nomi.
Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia.
All'intellettuale - profondamente e visceralmente disprezzato da tutta la borghesia italiana - si deferisce un mandato falsamente alto e nobile, in realtà servile: quello di dibattere i problemi morali e ideologici.
Se egli vien messo a questo mandato viene considerato traditore del suo ruolo: si grida subito (come se non si aspettasse altro che questo) al "tradimento dei chierici" è un alibi e una gratificazione per i politici e per i servi del potere.
Ma non esiste solo il potere: esiste anche un'opposizione al potere. In Italia questa opposizione è così vasta e forte da essere un potere essa stessa: mi riferisco naturalmente al Partito comunista italiano.
È certo che in questo momento la presenza di un grande partito all'opposizione come è il Partito comunista italiano è la salvezza dell'Italia e delle sue povere istituzioni democratiche.
Il Partito comunista italiano è un Paese pulito in un Paese sporco, un Paese onesto in un Paese disonesto, un Paese intelligente in un Paese idiota, un Paese colto in un Paese ignorante, un Paese umanistico in un Paese consumistico. In questi ultimi anni tra il Partito comunista italiano, inteso in senso autenticamente unitario - in un compatto "insieme" di dirigenti, base e votanti - e il resto dell'Italia, si è aperto un baratto: per cui il Partito comunista italiano è divenuto appunto un "Paese separato", un'isola. Ed è proprio per questo che esso può oggi avere rapporti stretti come non mai col potere effettivo, corrotto, inetto, degradato: ma si tratta di rapporti diplomatici, quasi da nazione a nazione. In realtà le due morali sono incommensurabili, intese nella loro concretezza, nella loro totalità. È possibile, proprio su queste basi, prospettare quel "compromesso", realistico, che forse salverebbe l'Italia dal completo sfacelo: "compromesso" che sarebbe però in realtà una "alleanza" tra due Stati confinanti, o tra due Stati incastrati uno nell'altro.
Ma proprio tutto ciò che di positivo ho detto sul Partito comunista italiano ne costituisce anche il momento relativamente negativo.
La divisione del Paese in due Paesi, uno affondato fino al collo nella degradazione e nella degenerazione, l'altro intatto e non compromesso, non può essere una ragione di pace e di costruttività.
Inoltre, concepita così come io l'ho qui delineata, credo oggettivamente, cioè come un Paese nel Paese, l'opposizione si identifica con un altro potere: che tuttavia è sempre potere.
Di conseguenza gli uomini politici di tale opposizione non possono non comportarsi anch'essi come uomini di potere.
Nel caso specifico, che in questo momento così drammaticamente ci riguarda, anch'essi hanno deferito all'intellettuale un mandato stabilito da loro. E, se l'intellettuale viene meno a questo mandato - puramente morale e ideologico - ecco che è, con somma soddisfazione di tutti, un traditore.
Ora, perché neanche gli uomini politici dell'opposizione, se hanno - come probabilmente hanno - prove o almeno indizi, non fanno i nomi dei responsabili reali, cioè politici, dei comici golpe e delle spaventose stragi di questi anni? È semplice: essi non li fanno nella misura in cui distinguono - a differenza di quanto farebbe un intellettuale - verità politica da pratica politica. E quindi, naturalmente, neanch'essi mettono al corrente di prove e indizi l'intellettuale non funzionario: non se lo sognano nemmeno, com'è del resto normale, data l'oggettiva situazione di fatto.
L'intellettuale deve continuare ad attenersi a quello che gli viene imposto come suo dovere, a iterare il proprio modo codificato di intervento.
Lo so bene che non è il caso - in questo particolare momento della storia italiana - di fare pubblicamente una mozione di sfiducia contro l'intera classe politica. Non è diplomatico, non è opportuno. Ma queste categorie della politica, non della verità politica: quella che - quando può e come può - l'impotente intellettuale è tenuto a servire.
Ebbene, proprio perché io non posso fare i nomi dei responsabili dei tentativi di colpo di Stato e delle stragi (e non al posto di questo) io non posso pronunciare la mia debole e ideale accusa contro l'intera classe politica italiana.
E io faccio in quanto io credo alla politica, credo nei principi "formali" della democrazia, credo nel Parlamento e credo nei partiti. E naturalmente attraverso la mia particolare ottica che è quella di un comunista.
Sono pronto a ritirare la mia mozione di sfiducia (anzi non aspetto altro che questo) solo quando un uomo politico - non per opportunità, cioè non perché sia venuto il momento, ma piuttosto per creare la possibilità di tale momento - deciderà di fare i nomi dei responsabili dei colpi di Stato e delle stragi, che evidentemente egli sa, come me, non può non avere prove, o almeno indizi.
Probabilmente - se il potere americano lo consentirà - magari decidendo "diplomaticamente" di concedere a un'altra democrazia ciò che la democrazia americana si è concessa a proposito di Nixon - questi nomi prima o poi saranno detti. Ma a dirli saranno uomini che hanno condiviso con essi il potere: come minori responsabili contro maggiori responsabili (e non è detto, come nel caso americano, che siano migliori). Questo sarebbe in definitiva il vero Colpo di Stato.

lunedì, marzo 16, 2009

Presa diretta

Per chi si fosse perso le inchieste di Presa diretta andato in onda su Rai Tre, consiglio vivamente di vedersi i filmati.
Io ho visto quello sulla Scuola e quello sulle Guerre e devo dire che sono eccezzionali per obiettività e professionalità, putroppo quello che ci viene raccontato è la triste verità...
Peccato che non siano scaricabili i filmati, la scelta di un programma come MICROSOFT SILVERLIGHT da parte della RAI è veramente un regalo alla corporazione mafiosa microsoft.
Comunque complimenti alla squadra di Presa Diretta.
http://www.presadiretta.rai.it

e il ministro Brunetta cosa fa?

parla tanto di fannulloni... ma dei ladroni???

domenica, marzo 15, 2009

Una riunione che è valsa la pena

A cura di Ida Garberi, responsabile della pagina in italiano di Prensa Latina.
Image(Prensa Latina) Il leader della Rivoluzione Cubana, Fidel Castro Ruz, ha considerato altamente l’intellettuale argentino, Atilio Boron, e la sua analisi sulla situazione globale attuale caratterizzata dalla crisi generale capitalista, che ha un enorme espansione. Di seguito Prensa Latina pubblica il testo integrale dell’articolo del Comandante:

“Terminato l'evento su Globalizzazione e Sviluppo con la presenza di oltre 1500 economisti, famose personalità scientifiche e rappresentanti di organismi internazionali riunitisi a L'Avana, ho ricevuto una lettera ed un documento di Atilio Boron, Dottore in Scienze Politiche, Professore Titolare di Teoria Politica e Sociale, direttore del Programma Latinoamericano d'Educazione a Distanza in Scienze Sociali (PLED), oltre ad altre importanti responsabilità scientifiche e politiche.
Atilio, solido e leale amico, aveva partecipato giovedì 6 al programma “Mesa Ridonda” della Televisione Cubana, insieme ad altre personalità internazionali che hanno partecipato alla Conferenza su Globalizzazione e Sviluppo.
Ho saputo che sarebbe partito domenica ed ho deciso di invitarlo ad un incontro alle 5 del pomeriggio del giorno successivo, sabato 7 marzo.
Avevo deciso di scrivere una riflessione sulle idee contenute nel suo documento. Utilizzerò in sintesi le sue stesse parole:
“… Ci troviamo in presenza di una crisi capitalista generale, la prima di una grandezza paragonabile a quella esplosa nel 1929 ed alla cosiddetta “Grande Depressione” del 1873-1896. Una crisi integrale, della civiltà, multi-dimensionale, la cui durata, profondità e portata geografica saranno sicuramente di maggiore ampiezza delle precedenti.
“Si tratta di una crisi che trascende abbondantemente l'aspetto finanziario o bancario e colpisce l'economia reale in tutti i suoi aspetti. Danneggia l'economia globale e oltrepassa le frontiere statunitensi.
“Le cause strutturali: è una crisi di sovrapproduzione e contemporaneamente di sottoconsumo. Non a caso è esplosa negli USA, perché questo paese è da oltre trent'anni che vive artificialmente del risparmio esterno e del credito esterno; queste due cose non sono infinite: le imprese si sono indebitate al di sopra delle loro possibilità; inoltre lo Stato si è indebitato non solo al di sopra delle sue possibilità per affrontare non solo una, ma due guerre, senza aumentare le tasse, ma riducendole; i cittadini sono spinti sistematicamente dalla pubblicità commerciale ad indebitarsi per sostenere un consumismo esagerato, irrazionale e sprecone.
“Però a queste cause strutturali bisogna aggiungerne altre: l'accelerata finanziarizzazione dell'economia, l'irresistibile tendenza all'incursione in operazioni speculative sempre più rischiose. Scoperta la “fonte della giovinezza” del capitale grazie a cui il denaro genera ancora più denaro, prescindendo dalla valorizzazione apportata dallo sfruttamento della forza lavoro e considerando che enormi quantità di capitale fittizio possono essere ottenute in pochi giorni, al massimo settimane, l'assuefazione da capitale porta a trascurare qualsiasi calcolo o qualsiasi scrupolo.
“Altre circostanze hanno favorito l'esplosione della crisi. Le politiche neoliberali di deregolamentazione e liberalizzazione hanno reso possibile che le figure più potenti che pullulano nei mercati imponessero la legge della giungla.
“Un'enorme distruzione di capitali su scala mondiale, caratterizzandola come una “distruzione creativa”. A Wall Street questa “distruzione creativa” ha provocato che la svalutazione delle imprese quotate in borsa giungesse quasi al 50 %; un'impresa che in borsa quotava un capitale di 100 milioni, ne ha ora 50! Caduta della produzione, dei prezzi, dei salari, del potere d’acquisto. “Il sistema finanziario nella sua totalità sta per esplodere. Le perdite bancarie ammontano ormai ad oltre $500.000 milioni ed un altro bilione è in arrivo. Oltre una dozzina di banche sono in bancarotta e centinaia in attesa della stessa sorte. Oltre un bilione di dollari è stato trasferiti dalla FED al cartello bancario, ma sarà necessario un altro bilione e mezzo per mantenere la liquidità delle banche nei prossimi anni”. Quella che stiamo vivendo è la fase iniziale di una lunga depressione e la parola recessione, tanto utilizzata recentemente, non spiega in tutta la sua drammaticità ciò che il futuro prepara al capitalismo.
“Nel 2008 le azioni ordinarie di Citicorp hanno perso il 90% del loro valore. L'ultima settimana di febbraio valevano a Wall Street 1 dollaro e 95!
“Questo processo non è neutro perché favorirà gli oligopoli più grandi e meglio organizzati che toglieranno i loro rivali dai mercati. La “selezione darwiniana dei più adatti” sgombrerà la strada per nuove fusioni ed alleanze imprenditoriali, mandando i più deboli al fallimento.
“Accelerato aumento della disoccupazione. Nel 2009, il numero di disoccupati nel mondo (circa 190 milioni nel 2008) potrebbe aumentare di altri 51 milioni . I lavoratori poveri (che guadagnano appena due euro al giorno) diventeranno 1.400 milioni, cioè il 45% della popolazione economicamente attiva del pianeta. Negli Stati Uniti la recessione ha già distrutto 3,6 milioni posti di lavoro. La metà durante gli ultimi tre mesi. Nell'Unione Europea il numero di disoccupati è pari a 17,5 milioni, 1,6 milioni in più di un anno fa. Nel 2009, si prevede la perdita di 3,5 milioni di posti di lavoro. Diversi Stati centroamericani come il Messico ed il Perù, per i loro stretti legami con l'economia statunitense, saranno fortemente colpiti dalla crisi.
“Una crisi che colpisce tutti i settori dell'economia: le banche, l'industria, le assicurazioni, l'edilizia, eccetera e si dissemina nell'intero sistema capitalista internazionale.
“Decisioni prese in campo internazionale e che colpiscono le filiali periferiche creando licenziamenti in massa, interruzioni nelle catene dei pagamenti, crollo nella domanda di input, eccetera. Gli USA hanno deciso di sostenere le Big Three di Detroit (Chrysler, Ford, General Motors), ma solo per salvare le fabbriche presenti nel paese. Francia e Svezia hanno annunciato che condizioneranno gli aiuti alle loro industrie automobilistiche: potranno trarne vantaggio solo le fabbriche che si trovano nei loro territori. Il ministro francese dell'Economia, Christine Lagarde, ha dichiarato che il protezionismo potrebbe essere “un male necessario in tempi di crisi”. Il ministro spagnolo dell'Industria, Miguel Sebastian, chiede di “consumare prodotti spagnoli”. Barack Obama, aggiungiamo noi, promuove il “buy American!”.
“Altre fonti di propagazione della crisi nella periferia sono la caduta nei prezzi delle commodity che esportano i paesi latinoamericani e caraibici, con le loro conseguenze recessive e l'aumento della disoccupazione.
“Drastica diminuzione delle rimesse familiari nei paesi industrializzati da parte degli emigranti latinoamericani e caraibici. (In alcuni casi le rimesse sono la voce più importante nell'entrata di valuta internazionale, superiore alle esportazioni).
“Ritorno degli emigranti, deprimendo ancora di più il mercato del lavoro.
“Coincide con una profonda crisi energetica che esige un cambiamento della visione attuale basata sull'uso irrazionale e predatorio del combustibile fossile.
“Questa crisi coincide con la crescente presa di coscienza delle catastrofiche conseguenze del cambiamento climatico.
“Aggiungiamo la crisi alimentare, acutizzata dalla pretesa del capitalismo di mantenere un irrazionale modello di consumo, trasformando terreni adatti alla produzione alimentare e destinandoli all'elaborazione di biocombustibili.
“Obama ha riconosciuto che non abbiamo ancora toccato il fondo e Michael Klare ha scritto nei giorni scorsi che “se l'attuale disastro economico si trasforma in quello che il presidente Obama ha chiamato “decennio perduto”, il risultato potrebbe consistere in un paesaggio globale pieno di convulsioni causate dall'economia.
“Nel 1929 la disoccupazione negli USA è arrivata al 25% man mano che crollavano i prezzi agricoli e delle materie prime. Dieci anni dopo ed a dispetto delle radicali politiche intraprese da Franklin D. Roosevelt (il New Deal) la disoccupazione continuava ad essere molto elevata (17%) e l'economia non riusciva ad uscire dalla depressione. Solo la Seconda Guerra Mondiale ha messo la parola fine a quella tappa. Ed ora perché dovrebbe essere più breve? Se la depressione del 1873-1896, come ho spiegato, è durata 23 anni!
“Visti i precedenti, perché ora dovremmo uscire dall'attuale crisi in pochi mesi, come prospettano alcuni pubblicisti ed i “guru” di Wall Street?
Non si uscirà da questa crisi con un paio di riunioni del G-20, o del G-7. Se esiste una prova della sua radicale incapacità di risolvere la crisi è la risposta delle principali borse valori del mondo dopo qualsiasi annuncio o proposta di legge a favore di una nuova manovra: la risposta “dei mercati” è invariabilmente negativa.
“Come testimonia George Soros “l'economia reale soffrirà gli effetti secondari che ora stanno prendendo forza. Dato che in queste circostanze il consumatore statunitense non può servire ormai da locomotiva dell'economia mondiale, il Governo statunitense deve stimolare la domanda. Visto che affrontiamo le sfide minacciose del riscaldamento del pianeta e della dipendenza energetica, il prossimo Governo dovrebbe promuovere dei piani per stimolare il risparmio energetico, lo sviluppo di fonti di energia alternative e la costruzione di infrastrutture ecologiche.
Si apre un lungo periodo di tira e molla e di negoziati per definire in quale maniera s'uscirà dalla crisi, chi ne beneficerà e chi dovrà pagarne i costi.
“Gli accordi di Bretton Woods, concepiti nell'ambito della fase keynesiana del capitalismo, coincisero con la creazione di un nuovo modello d'egemonia borghese che, come conseguenza della guerra e della lotta antifascista, aveva come nuovo ed inaspettato base il rafforzamento dell'area dei sindacati operai, dei partiti di sinistra e delle capacità regolatrici e di controllo degli stati.
“Ormai non esiste più l'URSS, la cui sola presenza, insieme alla minaccia dell'espansione ad Occidente del suo esempio, inclinava la bilancia della negoziazione a favore della sinistra, dei settori popolari, dei sindacati, ecc.
“La Cina occupa attualmente un ruolo incomparabilmente più importante nell'economia mondiale, ma senza raggiungere un'importanza parallela nella politica mondiale. Viceversa l'URSS, a dispetto della sua debolezza economica era una formidabile potenza militare e politica. La Cina è una potenza economica, ma con scarsa presenza militare e politica nelle questioni mondiali, sebbene stia cominciando un cauto e graduale processo di riaffermazione nella politica internazionale.
“La Cina può arrivare a svolgere un ruolo positivo nella strategia di ricomposizione dei paesi della periferia. Pechino sta gradualmente orientando le sue enormi energie nazionali verso il mercato interno. Per una serie di ragioni che sarebbe impossibile discutere qui, è un paese che ha bisogno di una crescita economica annuale pari all'8% , sia come risposta agli stimoli dei mercati mondiali o a quelli originati dal suo immenso mercato interno- solo parzialmente sfruttato. Se si conferma questa svolta, si può pronosticare che la Cina continuerà ad avere bisogno di molti prodotti provenienti da paesi del Terzo Mondo, quali il petrolio, il nichel, il rame, l'alluminio, l'acciaio, la soia ed altre materie prime ed alimenti.
“Viceversa, durante la Grande Depressione degli anni 30, l'URSS era poco inserita nei mercati mondiali. La Cina è differente: potrà continuare a svolgere un ruolo molto importante e, come la Russia e l'India (anche se queste in misura minore), comprare all'estero le materie prime e gli alimenti di cui ha bisogno, a differenza di ciò che accadeva con l'URSS ai tempi della Grande Depressione.
“Negli anni 30 le soluzioni della crisi sono state il protezionismo e la guerra mondiale. Oggi il protezionismo troverà molti ostacoli per la penetrazione dei grandi oligopoli nazionali nei diversi spazi del capitalismo mondiale. La conformazione di una borghesia mondiale presente in gigantesche imprese che, nonostante la loro base nazionale, operano in un'infinità di paesi, rende la scelta protezionistica nel mondo sviluppato di scarsa effettività nel commercio Nord/Nord; le politiche tenderanno - almeno per adesso e non senza tensioni - a rispettare i parametri stabiliti dall'OMC. La carta protezionistica appare molto più probabile quando sarà applicata, e sicuramente succederà, contro il Sud globale. Una guerra mondiale sospinta dalle “borghesie nazionali” del mondo sviluppato disposte a lottare tra di loro per la supremazia nei mercati è praticamente impossibile, perché tali borghesie sono state soppiantate dall'ascesa e dal consolidamento di una borghesia imperiale che si riunisce periodicamente a Davos e per la quale la scelta di un confronto militare costituisce un fenomenale sproposito. Non vuole dire che questa borghesia mondiale non sostenga, come l'ha fatto finora con le avventure militari degli Stati Uniti in Iraq ed Afghanistan, la realizzazione di numerose operazioni militari nella periferia del sistema, necessarie per la preservazione dei profitti del complesso militare-industriale nordamericano ed indirettamente dei grandi oligopoli degli altri paesi.
“La situazione attuale non è uguale a quella degli anni trenta. Lenin diceva che “il capitalismo non cade se non c'è una forza sociale che lo faccia cadere”. Oggi quella forza sociale non è presente nelle società del capitalismo metropolitano, gli Stati Uniti compresi.
“Gli Usa, il Regno Unito, la Germania, la Francia ed il Giappone dirimevano nel terreno militare la loro lotta per l'egemonia imperiale.
“Oggi, l'egemonia e la dominazione si trovano chiaramente nelle mani degli Usa. Sono l'unico garante del sistema capitalista su scala mondiale. Se gli Usa cadessero si produrrebbe un effetto dominò che provocherebbe il crollo di quasi tutti i capitalismi metropolitani, senza menzionare le conseguenze nella periferia del sistema. Nel caso in cui Washington fosse minacciata da un moto popolare tutti accorrerebbero in aiuto, perché è il sostegno ultimo del sistema e l'unico che in caso di necessità può aiutare gli altri.
“Gli USA sono un attore insostituibile ed il centro indiscusso del sistema imperialista mondiale: solo loro dispongono di oltre 700 missioni e basi militari in circa 120 paesi, costituendo la riserva finale del sistema. Se le altre opzioni falliscono, la forza apparirà in tutto il suo splendore. Solo gli USA possono dispiegare le loro truppe ed il loro arsenale militare per mantenere l'ordine su scala planetaria. Sono, come direbbe Samuel Huntington, “lo sceriffo solitario”.
“Questo puntellamento del centro imperialista si basa sull'incommensurabile collaborazione degli altri soci imperiali, o dei suoi concorrenti in campo economico, comprendendo la maggioranza dei paesi del Terzo Mondo che accumulano le loro riserve in dollari statunitensi. Né la Cina, il Giappone, la Corea o la Russia, per indicare i maggiori possessori di dollari del pianeta, possono liquidare il loro stock di quella moneta perché sarebbe una mossa suicida. E' chiaro che è una considerazione che deve essere presa con molta cautela.
“La condotta dei mercati e dei risparmiatori di tutto il mondo rafforza la posizione nordamericana: la crisi si approfondisce, le manovre dimostrano d'essere insufficienti, il Dow Jones di Wall Street scende sotto la barriera psicologica dei 7.000 punti - meno del record del 1997! - e nonostante tutto la gente cerca rifugio nel dollaro e scendono le quotazioni dall'euro e dell'oro!
“Zbigniev Brzezinski ha dichiarato: sono preoccupato perché avremo milioni e milioni di disoccupati, molta gente starà veramente male. E questa situazione continuerà per un po', prima che eventualmente le cose migliorino.
“Siamo in presenza di una crisi che è molto più di una crisi economica o finanziaria.
Si tratta di una crisi integrale di un modello di civiltà che è insostenibile economicamente, politicamente, che deve ricorrere sempre di più alla violenza contro i popoli; insostenibile anche ecologicamente, vista la distruzione, in alcuni casi irreversibile, dell'ecosistema; insostenibile socialmente, perché degrada la condizione umana fino a limiti inimmaginabili e distrugge la trama stessa della vita sociale.
“La risposta a questa crisi, pertanto, non può essere solo economica o finanziaria. Le classi dominanti faranno esattamente questo: utilizzare un vasto arsenale di risorse pubbliche per socializzare le perdite e riassestare i grandi oligopoli. Rinchiusi nella difesa dei loro interessi più immediati non hanno nemmeno la visione per concepire una strategia più integrale.
“La crisi non ha toccato fondo”, dice. “Ci troviamo in presenza di una crisi capitalista generale. Nessuna altra è stata così grande. Quella tra 1873 ed il 1896 durò 23 anni e si chiamò Grande Depressione. L'altra molto grave è stata quella del 1929. E’ durata altrettanto, non meno di 20 anni. L'attuale crisi è integrale, di civiltà, multidimensionale”.
Immediatamente aggiunge: “È una crisi che trascende abbondantemente l'aspetto finanziario e bancario, colpisce l'economia reale in tutti i suoi aspetti”.
Se qualcuno prende questa sintesi e la se la mette in tasca, la legge ogni tanto o l'impara a memoria come una piccola Bibbia, sarà più informato, su ciò che succede nel mondo, del 99% della popolazione, dove il cittadino vive assediato da centinaia d'annunci pubblicitari e saturato da migliaia d'ore di notizie, romanzi e film con storie vere o false.

Fidel Castro

8 Marzo 2009

lunedì, marzo 09, 2009

L'Italia non parteciperà alla conferenza Onu sul razzismo

La dichiarazione finale è stata giudicata "antisemita"

L’Italia non parteciperà alla conferenza dell’Onu sul razzismo, denominata “Durban II”, prevista a Ginevra dal 20 al 25 aprile.

Lo ha comunicato il ministro degli Esteri, Franco Frattini, che ha giudicato alcune frasi della bozza di dichiarazione finale “aggressive e antisemite”. Il documento esprime infatti una critica durissima nei confronti della politica israeliana nei territori palestinesi occupati. Nella dichiarazione, pubblicata dal quotidiano israeliano Haaretz, si legge che la condotta tenuta da Tel Aviv costituisce “una violazione dei diritti umani internazionali, un crimine contro l'umanità e una forma contemporanea di apartheid”. In altri stralci del testo viene espressa “profonda preoccupazione per le discriminazioni razziali compiute da Israele contro i palestinesi e i cittadini siriani nel Golan occupato, mentre Tel Aviv viene accusata di “tortura, blocco economico, gravi restrizioni di movimento e chiusura arbitraria dei territori” oltre che di costituire “una minaccia per la pace internazionale e la sicurezza”.
Alla decisione italiana dovrebbe aggiungersi anche quella di Danimarca, Francia, Canada e Belgio, mentre Stati Uniti e Olanda hanno già comunicato la loro assenza.
La conferenza è il seguito di quella che si svolse nel 2001 a Durban, in Sudafrica, quando la richiesta di un risarcimento per la schiavitù negli Stati Uniti e l’equiparazione di sionismo e razzismo provocarono l’abbandono dei lavori da parte di Washington e Tel Aviv.

http://it.peacereporter.net/articolo/14546/L%27Italia+non+parteciper%E0+alla+conferenza+Onu+sul+razzismo+

Fidel, 1° settembre 2001, Durban I

Discorso pronunciato da Fidel Castro Ruz, Presidente del Comitato Centrale del Partito Comunista di Cuba e Presidente dei Consigli di Stato e dei Ministri della Repubblica di Cuba, nella Sessione Plenaria della Conferenza Mondiale contro il Razzismo, la Discriminazione Razziale, la Xenofobia e le relative forme di Intolleranza, Durban, Sud Africa, 1º settemmbre 2001.

(Versioni Stenografiche - Consiglio di Stato)



Eccellenze;

Delegati ed invitati:

Il razzismo, la discriminazione razziale e la xenofobia costituiscono un fenomeno sociale, culturale e politico, non un istinto naturale degli esseri umani; sono figli diretti delle guerre, delle conquiste militari, della schiavitù e dello sfruttamento individuale o collettivo dei più deboli realizzato dai più forti durante il corso della storia delle società umane.

Nessuno ha il diritto di sabotare questa Conferenza, che cerca di mitigare, in qualche modo, le terribili sofferenze e l’enorme ingiustizia che questi fatti sono significati, e continuano a significare, per la maggior parte dell’umanità. Né, tantomeno, ha il diritto di porre condizioni, ad esigere che non si parli nemmeno di responsabilità storica e di giusto indennizzo, o su come noi decidiamo di qualificare l’orribile genocidio che, in questo stesso momento, si sta commettendo contro il popolo fratello palestinese (Applausi), da parte di leader dell’estrema destra che, alleati alla superpotenza egemonica, agiscono oggi, in nome di un altro popolo che per quasi due mila anni, fu vittima delle più grandi persecuzioni, discriminazioni ed ingiustizie commesse nella storia.

Quando Cuba parla di compenso, ed appoggia quest’idea come un ineludibile dovere morale nei confronti delle vittime del razzismo, non pretende l’impossibile ricerca dei parenti diretti o l’individuazione di quei paesi specifici da cui provenivano le vittime di fatti successi durante secoli; lo fa contando su un importante precedente nei risarcimenti che stanno ricevendo i discendenti dello stesso popolo ebraico, che, nel cuore dell’Europa, subì un odioso e brutale olocausto razzista. La cosa reale ed indiscutibile è che milioni di africani furono catturati, venduti come merce ed inviati dall’altra parte dell’ Atlantico per lavorare come schiavi, e che 70 milioni di aborigeni morirono nell’emisfero occidentale a causa della conquista e della colonizzazione europea (Applausi).

L’inumano sfruttamento a cui vennero sottoposti i popoli dei tre continenti, includendo l’Asia, danneggiò il destino e la vita attuale di oltre 4,5 miliardi di persone che vivono nel Terzo Mondo, i cui indici di povertà, di disoccupazione, di analfabetismo, di malattie, di mortalità infantile, di prospettiva di vita, di altre calamità impossibili da elencare in poche parole, sorprendono e provocano orrore. Queste sono le vittime attuali di quella barbarie che durò secoli, e gli inconfutabili creditori del risarcimento per gli orrendi crimini commessi con i loro predecessori e i loro popoli. (Applausi)

Il brutale sfruttamento non concluse quando molti paesi raggiunsero la loro indipendenza, nemmeno dopo l’abolizione formale della schiavitù.I principali ideologhi dell’Unione Nordamericana, costituita dalle 13 colonie che si liberarono dal dominio inglese alla fine del secolo XVIII, diedero vita, fin dai primi anni dell’indipendenza, a concezioni e strategie d’indiscutibile carattere espansionista. In virtù di queste idee, i vecchi coloni bianchi d’origine europea, nella loro avanzata verso l’ovest, strapparono agli abitanti indiani, che ne erano i legittimi proprietari, quelle terre che occupavano da migliaia di anni, e sterminarono e milioni di essi. Non si fermarono nelle frontiere di quelli che erano stati possedimenti spagnoli, e il Messico, paese latinoamericano che raggiunse la sua indipendenza nel 1821, venne ugualmente spogliato di milioni di chilometri quadri e d’incalcolabili risorse naturali. Nella nazione sorta nel Nordamerica, che stava crescendo sempre più potente e più espansiva, l’odioso ed inumano sistema schiavista fu mantenuto fin quasi un secolo dopo la famosa Dichiarazione d Indipendenza del 1776, in cui si aveva proclamato che tutti gli uomini nascono liberi ed uguali.

Dopo l’abolizione meramente formale della schiavitù, gli afronordamericani furono sottoposti, per altri cent’anni, alla più crudele discriminazione razziale; molte delle sue caratteristiche e conseguenze sono rimaste fino ad oggi, per quasi quattro decenni in più, dopo le eroiche lotte e i successi raggiunti negli anni ‘60, che costarono la vita a Martin Luther King, Malcom X ed ad altri grandi uomini che lottarono per queste idee (Applausi). Per ragioni puramente razziste, le peggiori e più prolungate condanne penali ricadono sugli afronordamericani, dentro la ricca società nordamericana gli spettano la maggior povertà e le più miserabili condizioni di vita (Applausi). Ugualmente terribili, ed anche peggiori, sono il disprezzo e la discriminazione nei confronti di ciò che resta delle popolazioni aborigeni che occupavano gran parte del territorio attuale degli Stati Uniti.

Non è necessario menzionare i dati dello stato economico e sociale dell’Africa. Paesi interi, ed alcune regioni complete dell’Africa sub - sahariana, corrono il rischio di scomparire a causa di una molto complessa combinazione di ritardo economico, di estrema povertà e di gravi malattie, vecchie e nuove, che li colpiscono. La situazione di numerosi paesi dell’Asia non è meno tragica. A ciò si aggiunga debiti enormi ed impagabili, prezzi estremamente bassi dei loro prodotti basici, esplosione demografica, globalizzazione neoliberale e cambiamenti di clima, con la loro sequela di siccità prolungate che si alternano a piogge ed inondazioni sempre più violente. Questa situazione si può chiaramente dimostrare che è insostenibile (Applausi).

I paesi sviluppati e le loro società di consumo, responsabili nell’attualità della distruzione accelerata e quasi incontenibile dell’ambiente, sono stati i grandi beneficiari della conquista e della colonizzazione, della schiavitù, dello sfruttamento spietato e dello sterminio di centinaia di milioni di figli dei popoli che oggi costituiscono il Terzo Mondo, dell’ordine economico imposto all’umanità dopo due tremende e distruttive guerre per la divisione del mondo e dei loro mercati, dei privilegi concessi agli Stati Uniti ed ai loro alleati in Bretton Woods, del FMI e delle istituzioni finaziarie internazionali create esclusivamente da loro e per loro (Applausi).

Questo mondo ricco e sprecatore possiede le risorse tecniche e finanziarie per saldare il suo debito con l’umanità. La superpotenza egemonica deve inoltre saldare il suo debito nei confronti degli afronordamericani, degli indiani richiusi nelle riserve e delle decine di milioni di immigrati latinoamericani, caraibici e di altri paesi poveri, di colore indio, giallo, nero o meticcio, vittime della discriminazione e del disprezzo.

Adesso è ugualmente l’ora di porre fine alla drammatica situazione delle comunità indigene nel resto del nostro emisfero. Il loro risveglio, la loro lotta ed il riconoscimento universale del mostruoso crimine commesso contro di loro, rendono la cosa improrogabile.

I fondi necessari per salvare il mondo dalla tragedia esistono.

Si ponga veramente fine alla corsa agli armamenti ed al commercio delle armi, che generano soltanto morte e desolazione (Appalusi).

Sia destinata dato allo sviluppo una sostanziale parte dei milioni di dollari che, ogni anno, si spendono in pubblicità commerciale, creatrice d’illusioni e abitudini di consumo impossibili da raggiungere, insieme al veleno che distrugge le identità e le culture nazionali.

Si compia la concessione promessa del modesto 0,7% del Prodotto Nazionale Lordo come aiuto allo sviluppo.

Si stabilisca, in modo ragionevole ed effettivo, l’imposta che ha suggerito il Premio Nobel, James Tobin, alle operazioni speculative (Applausi), che oggi raggiungono milioni di milioni di dollari ogni ventiquattro ore; in questo modo le Nazioni Unite, che non possono continuare a dipendere da misere, insufficienti, e a volte tardive, donazioni ed elemosine, potrebbero disporre annualmente di un milione di milioni di dollari per salvare e sviluppare il mondo. Ascoltate bene! un milione di milioni di dollari ogni anno. Non siamo in pochi al mondo a saper sommare, sottrarre, moltiplicare, dividere. Non esagero. Data la gravità ed urgenza dei problemi attuali, che minacciano anche l’esistenza della vita della nostra specie, questo è ciò di cui realmente abbiamo bisogno prima che sia troppo tardi.

Si metta fine, il prima possibile, al genocidio del popolo palestinese (Applausi), che avviene sotto gli occhi attoniti del mondo. Si protegga il diritto elementare alla vita dei suoi cittadini, dei suoi giovani e dei suoi bambini. Si rispetti il suo diritto all’indipendenza ed alla pace, e nessuno dovrà aver paura dei documenti delle Nazioni Unite.

So bene che, per cercare di alleviare la terribile situazione in cui si trovano i loro paesi, molti amici africani e di altre regioni suggeriscono la prudenza necessaria per ottenere qualcosa in questa Conferenza. Li capisco, ma non posso rinunciare alla convinzione che più francamente si diranno le verità e più possibilità ci saranno di farci ascoltare e rispettare (Applausi). Secoli di inganno sono più che sufficienti.

Mi resterebbero solo tre domande, partendo da una verità che nessuno può ignorare.

Oggi i paesi capitalisti sviluppati e ricchi fanno parte del sistema imperialista e dell’ordine economico imposto al mondo, basato nella filosofia dell’egoismo, della competenza brutale tra gli uomini, tra le nazioni e trai blocchi, che risulta assolutamente alieno ad ogni sentimento di solidarietà e di sincera cooperazione internazionale. Vivono sotto l’atmosfera ingannevole, irresponsabile ed allucinante delle società di consumo. Por essendo sincera la fede cieca in tale sistema e le convinzioni dei loro migliori statisti, saranno capaci di capire la gravità dei problemi del mondo attuale, diretto nel suo sviluppo incoerente e disuguale da leggi cieche, dal potere colossale y dagli interessi delle imprese multinazionali, ogni giorno più grandi, più incontrollabili e più indipendenti. (Applausi) Comprenderanno il caos e la ribellione universale che si sta avvicinando? Anche se lo volessero, potranno porre fine al razzismo, alla discriminazione razziale, alla xenofobia e alle altre forme ad esse relative che sono precisamente tutte le altre?

Dal mio punto di vista, ci troviamo davanti ad una grande crisi economica, sociale e politica di carattere globale. Rendiamoci consapevoli di queste realtà. Nasceranno alternative. La storia ha dimostrato che solo dalle grandi crisi sorgono le grandi soluzioni. Il diritto dei popoli alla vita ed alla giustizia si imporrà, inevitabilmente, nelle più svariate forme.

Credo nella mobilitazione e nella lotta dei popoli! (Applausi) Credo nelle idee giuste! Credo nella verità! Credo nell’uomo!


Grazie.

(Ovazione)