giovedì, febbraio 21, 2008

Ce l'hanno fatta ...



[In questa celebre foto, cinque personalità giurano, nell’ottobre 1999, di portare il Kosovo all’indipendenza. A sinistra si riconosce Hachim Tachi (allora capo del gruppo terrorista UCK, attuale primo ministro del governo regionale del Kosovo), poi Bernard Kouchner (allora amministratore dell’ONU in Kosovo, oggi ministro degli esteri francesi, fondatore di Medici senza Frontiere), Sir Mike Jackson (prima comandante delle truppe britanniche al tempo del massacro della Domenica di Sangue in Irlanda [Bloody Sunday], poi comandante delle forze di occupazione della NATO, oggi consulente per un’impresa di mercenari), Agim Ceku (capo militare dell’UCK accusato di crimini di guerra dall’esercito canadese) e a destra il generale Wesley Clarck (allora comandante supremo della NATO, oggi consigliere militare di Hillary Clinton)].

tratto da :
COME SARAJEVO NEL 1914? di DI JURGEN ELSASSER (fonte: Reseau Voltaire)

giovedì, febbraio 14, 2008

AFGHANISTAN: IL PREZZO QUOTIDIANO DI UNA GUERRA BIPARTISAN

UN ALTRO MILITARE ITALIANO UCCISO IN AFGHANISTAN

IL PREZZO QUOTIDIANO DI UNA GUERRA BIPARTISAN

Alle 15 locali (le 11.30 in Italia) del 13 febbraio un militare italiano è stato ucciso a 60 chilometri da Kabul, in Afghanistan, e un altro è rimasto ferito. I due, entrambi dell'Esercito, sono rimasti coinvolti in un attacco con armi da fuoco portatili mentre stavano svolgendo una missione nel distretto di Uzeebin, a circa 60 chilometri dalla capitale.

Per qualche giorno i media nazionali torneranno a parlare di quello sfortunato paese, dove quotidianamente gli aerei, gli elicotteri e gli uomini della N.A.T.O. versano tonnellate di esplosivi, bombe e pallottole, producendo in 7 anni migliaia di vittime civili innocenti.

L’impressionante volume di fuoco non ha però risolto i gravi problemi militari delle forze occupanti.

Secondo un recente rapporto del Senlis Council intitolato 'Afghanistan sull'orlo del precipizio ' i talebani controllano il 54 percento del territorio afgano, sono attivi in un altro 38 percento (compresa la provincia 'italiana' di Herat) e minacciano ormai la stessa capitale Kabul (la cui difesa è ora responsabilità dei soldati italiani) .

Sta fallendo una strategia bellica incurante della storia di un popolo capace di sconfiggere, nei secoli, grandi potenze cimentatesi nel vano tentativo di controllare quelle terre impervie ed inospitali, agognate per collocazione geografica, per il passaggio di oleodotti, gasdotti e per produzione di oppio.

I governi succedutisi recentemente in Italia hanno cambiato le parole con le quali giustificare e cogestire in ambito N.A.T.O. il massacro afgano.

Alla retorica bellicista di Berlusconi e Martino è stata sostituita la linea del “peacekeeping” e della “riduzione del danno” di D’Alema, Parisi e Menapace.

La realtà sul campo ci dice che negli ultimi due anni di governo di centro sinistra il coinvolgimento diretto dell’esercito italiano nei combattimenti è aumentato, quantitativamente e qualitativamente.

Dall'estate 2006, infatti, è operativa nell'ovest dell'Afghanistan, la Task Force 45 ("la più grande unità di forze speciali mai messa in campo dall'Italia dai tempi dell'operazione Ibis in Somalia" secondo l'esperto militare Gianandrea Gaiani) comprendente i Ranger del 4° Alpini, gli incursori del Comsubin, il 9° Col Moschin e il 185° Rao della Folgore. In tutto circa duecento uomini, impegnati fin dal settembre 2006 nell'operazione segreta 'Sarissa' (la lancia delle falangi oplitiche macedoni) volta a combattere i talebani a fianco delle Delta Force statunitensi e delle Sas britanniche, in particolare nella provincia occidentale di Farah. (vedere Enrico Piovesana su www.peacereporter.it ).

Non sappiamo se, come sembra, dal prossimo dibattito parlamentare sul decreto di rifinanziamento delle missioni di guerra all’estero, previsto per il 20 febbraio, la missione afgana verrà stralciata dalle altre, in modo da dare una chance alla “sinistra” di distinguersi nel voto.

Sappiamo invece su chi ricade la responsabilità politica della morte dei militari italiani e delle migliaia di civili di questi ultimi due anni di guerra: sui partiti, sui singoli senatori e deputati che nel 2006 e nel 2007 hanno votato a favore del rifinanziamento di tutte le cosiddette “missioni di pace”.

Non sarà certo un’ennesima capriola pre elettorale, tanto meno un tardivo distinguo sulla sola missione afgana a salvare un ceto politico direttamente compromesso con la politica militarista e neo colonialista del decaduto governo Prodi.

La Rete nazionale Disarmiamoli!

www.disarmiamoli.org info@disarmiamoli.org 3381028120 3384014989

lunedì, febbraio 11, 2008

Appello di Fidel: conoscere i pericoli del mondo e farsene carico

RIFLESSIONI DEL PRESIDENTE FIDEL CASTRO

LULA

(Quarta ed ultima parte)

Non voglio abusare della pazienza dei lettori, né dell’eccezionale opportunità offertami da Lula per scambiare delle idee durante il nostro incontro. Perciò affermo che è la quarta ed ultima riguardante la sua visita.

Parlando del Venezuela, mi ha detto: pensiamo di cooperare con il Presidente Chávez. Ci siamo messi d’accordo. Mi recherò due volte all’anno a Caracas e lui verrà due volte in Brasile per non permettere divergenze tra noi e, se ci fossero, poterle risolverle al momento. Il Venezuela non ha bisogno di soldi – mi dice – poiché possiede molte risorse, ma di tempo ed infrastrutture.

Gli ho riferito che ero molto contento della sua posizione nei confronti di quel paese, poiché siamo grati a quel popolo fraterno per gli Accordi sottoscritti, che ci garantiscono una fornitura regolare di combustibile.

Non posso dimenticare che, a causa del colpo di Stato dell’aprile del 2002, l’ordine nei confronti del nostro paese di coloro che assaltarono il potere, fu: “nemmeno più una goccia di petrolio per Cuba”. Ci siamo trasformati in un ulteriore motivo del tentativo dell’imperialismo di far saltare l’economia venezuelana, sebbene di fatto era ciò che si proponevano di realizzare dal momento in cui Chávez prestò come Presidente il giuramento sulla moribonda Costituzione della IV Repubblica, che più tardi, in maniera legale e democratica, trasformò nella V Repubblica.

Quando il prezzo del petrolio aumentò bruscamente e sorsero delle reali difficoltà per acquistarlo, Chávez non solo mantenne la fornitura, ma addirittura l’aumentò. Dopo gli Accordi dell’ALBA, firmati all’Avana il 14 dicembre 2004, questo prosegue con condizioni onorevoli e favorevoli per entrambi i paesi. Lavorano lì quasi 40 mila abnegati specialisti cubani, in maggioranza medici, che con il loro sapere ed in particolare con il loro esempio internazionalista, stanno contribuendo nella formazione degli stessi venezuelani, che li sostituiranno.

Gli ho spiegato che Cuba intrattiene rapporti d’amicizia con tutti i paesi dell’America Latina e dei Caraibi, siano di sinistra o di destra. Da tempo abbiamo adottato questa linea e non la cambieremo; siamo disposti a sostenere qualsiasi passo a favore della pace tra i popoli. È un terreno spinoso e difficile, ma proseguiremo su questo cammino.

Lula mi esprime nuovamente il suo rispetto ed il suo affetto profondo nei confronti di Cuba e dei suoi dirigenti. Immediatamente aggiunge che sente orgoglio per ciò che sta succedendo in America Latina ed ancora una volta afferma che qui all’Avana decidemmo di creare il Forum di San Paolo e d’unire l’intera sinistra latinoamericana, e questa sinistra sta giungendo al potere in quasi tutti i paesi.

Nell’occasione gli ho ricordato ciò che c’insegnò Martí riguardo alle glorie di questo mondo che possono entrare tutte in un grano di mais. Lula aggiunge: “Dico a tutti che nelle conversazioni avute con Lei, non mi ha mai dato un solo consiglio che potesse essere in contrasto con la legalità; mi ha sempre chiesto di non farmi molti nemici contemporaneamente. E questo è ciò che sta permettendo che le cose proseguano.

Subito dopo, riferisce che il Brasile, un paese grande e con risorse, deve aiutare l’Ecuador, la Bolivia, l’Uruguay ed il Paraguay.

Siamo stati in America Centrale. Mai prima d’ora un Presidente brasiliano aveva visitato un paese di quell’area con dei progetti di cooperazione.

Gli domando: “Ti ricordi, Lula, ciò che ti dissi durante la cena familiare ed informale da te offerta alla nostra delegazione il giorno successivo al tuo insediamento, nel gennaio del 2003? Nessuno dei figli del stragrande maggioranza dei poveri che ti ha votato sarà mai un dirigente delle grandi imprese statali del Brasile; gli studi universitari qui sono troppo cari!

Al rispetto, Lula spiega: “Stiamo realizzando 214 scuole tecniche, professionali; stiamo creando inoltre 13 nuove Università federali e 48 sedi universitarie distaccate.

Gli domando: ”Per questo non si paga nulla, vero?” Mi risponde subito: “Abbiamo creato un programma e già abbiamo sistemato 460 mila giovani delle periferie, poveri, delle scuole pubbliche, affinché possano frequentare i corsi universitari. La destra mi accusava di voler abbassare il livello dell’insegnamento; due anni dopo sono stati analizzati 14 corsi: gli studenti migliori erano i poveri delle periferie. Stiamo creando un altro programma con una media di 18 studenti; questo permetterà d’avere 250 mila giovani nel livello d’istruzione universitario.

Mi riferisce che il Brasile ha più rapporti commerciali con l’America Latina che con gli Stati Uniti. Ho proseguito spiegandogli che se stabiliremo delle forti relazioni tra i due paesi, non solo come amici, ma anche come partner in settori importanti, avevo bisogno di conoscere il pensiero dei leader brasiliani, dato che ci saremmo associati in aree strategiche e noi dobbiamo come regola adempiere ai nostri impegni economici.

Abbiamo parlato d’altri importanti problemi, dei punti in cui coincidiamo o meno, con il maggior tatto possibile.

Gli ho parlato delle varie regioni, compresi i Caraibi, e delle forme di cooperazione che abbiamo svolto.

Lula mi ha riferito che il Brasile dovrebbe avere una politica più attiva nella cooperazione con i paesi più poveri. È il paese più ricco delle regione ed ha nuove responsabilità.

Gli ho parlato, logicamente, del cambio climatico e della scarsa attenzione che prestano al tema numerosi dirigenti dei paesi industrializzati.

Quando ho parlato con lui la sera del 15 gennaio, non gli ho potuto menzionare l’articolo pubblicato solo tre giorni dopo, scritto a Toronto da Stephen Leahy. Ci fornisce delle notizie sul nuovo libro di Lester Brown intitolato Mobilitarsi per salvare la civiltà.

“La crisi è estremamente seria e urgente e richiede una mobilizzazione delle nazioni simile a quella realizzata durante la Seconda Guerra Mondiale (1939-1945)” – argomenta l’autore, Lester Brown, Presidente del Centro Studi dell’Istituto per le Politiche della Terra,con sede a Washington.

“Il cambio climatico avviene molto più velocemente di quanto previsto dagli scienziati ed il pianeta soffrirà inevitabilmente un aumento della temperatura d’almeno due gradi”, riferisce Brown alla IPS, “collocandoci decisamente in una zona di pericolo.”

“Nessuno dei candidati alle elezioni degli Stati Uniti” – previste per il primo martedì di novembre – prospetta l’urgenza del problema del cambio climatico.”

“Le emissioni di gas serra, parzialmente responsabili del riscaldamento globale, devono ridursi dell’80 per cento entro il 2020.”

Come informa l’agenzia di stampa, si tratta di una meta molto più ambiziosa di quella prospettata dalla Commissione Intergovernativa sul Cambio Climatico (IPCC), premio Nobel per la Pace nel 2007 insieme all’ex vicepresidente statunitense Al Gore, che ha raccomandato un taglio tra il 25 ed il 40 per cento rispetto ai livelli del 1990.

Brown stima che i dati utilizzati dal IPCC non siano aggiornati e che siano già di due anni fa. Aggiunge che studi più recenti indicano che il cambio climatico si sta accelerando.

Sebbene confida che il IPCC modificherà questa raccomandazione, ha segnalato che sarà diffusa tra cinque o sei anni. “Troppo tardi, dobbiamo già agire”, ha assicurato Brown.

Il Piano B 3.0 di Brown raccomanda delle misure per arrivare all’80 per cento della riduzione dell’emissioni, basandosi con forza sull’uso efficiente dell’energia, sulle fonti rinnovabili e sull’espansione dello “scudo” degli alberi del pianeta.

“L’energia eolica può coprire il 40 per cento della domanda mondiale con l’installazione di 1,5 milioni di nuove turbine da due megawatt. Sebbene il numero possa sembrare elevato, nel mondo si producono ogni anno 65 milioni d’automobili. Un’illuminazione più efficiente può ridurre l’uso mondiale d’elettricità del 12 per cento.

“Negli Stati Uniti, gli edifici commerciali e residenziali sono responsabili del 40 per cento delle emissioni di carbonio. Il passo successivo deve puntare a generare elettricità in modo non contaminante per riscaldare, climatizzare ed illuminare le abitazioni.

“L’impiego di biocombustibili, prodotti impiegando granaglie come il mais e la soia, spinge al rialzo dei prezzi di questi alimenti e può provocare una disastrosa scarsità di cibo per i poveri del mondo.

“L’aumento annuale di 70 milioni di persone nella popolazione mondiale si concentra nelle nazioni dove le riserve d’acqua si stanno esaurendo ed i pozzi si seccano, le aree boscose si riducono, i terreni si degradano ed i campi destinati al pascolo si trasformano in deserti.

“Anno dopo anno aumenta il numero di “Stati intransitabili”, che costituisce un segnale d’allarme del declino di una civiltà”, ha commentato Brown.

” Alla lista dei problemi va aggiunto l’aumento del prezzo del petrolio. I paesi ricchi ne avranno quanto vorranno, mentre i poveri dovranno ridurne il consumo.

“La crescita della popolazione e della povertà richiedono una speciale attenzione da parte del mondo sviluppato.

“Il tempo è la nostra risorsa più scarsa”, ha concluso il prestigioso scienziato.

Non si può esprimere con maggiore chiarezza un pericolo che grava sull’umanità.

Non è però l’unica notizia pubblicata dopo la mia riunione con Lula. Appena due giorni fa, lanciando un anatema e facendo a pezzi il discorso di Bush al Congresso, il New York Times, nel suo editoriale ha espresso in una riga quest’idea: “Pericoli orripilanti attendono il mondo civilizzato”

La Cina, un paese la cui superficie è 87 volte quella della nostra isola ed in cui vivono 117 volte gli abitanti di Cuba, è appena stata investita da una inusuale ondata di freddo che ha colpito Shanghai, l’area di maggior sviluppo, ed il resto della zona meridionale e centrale di quel grande paese. Le autorità informano dell’emergenza, che i dispacci dell’agenzie internazionali dell’Occidente – AFP, AP, EFE, DPA, ANSA ed altre – trasmettono: “Le forti nevicate hanno obbligato a chiudere le centrali termiche ed a ridurre la metà delle riserve di carbone, la principale fonte d’energia del paese, creando una grave crisi energetica.”

“… nella zona più colpita, un sette per cento dell’energia totale, hanno fermato le loro operazioni, ha sottolineato la Commissione dell’Energia.

“…90 centrali, che producono un ulteriore 10 per cento d’elettricità d’origine termica, potrebbero chiudere nei prossimi giorni se non migliora la situazione…

“Le riserve di carbone si sono ridotte a meno della metà, avvertono le autorità…

“Il principale problema è il trasporto. Oltre la metà dei treni sono utilizzati per trasportare il carbone, perciò la paralisi della rete ha provocato molti problemi, ha segnalato Wang Zheming, esperto della Commissione Statale di Sicurezza.

”Wang ha ricordato che il trasporto del carbone affronta in questi giorni la concorrenza di quello passeggeri, dato che per le feste vi è un esodo ferroviario di quasi 180 milioni di persone in un solo mese.

“È difficile per la Cina utilizzare un’altra fonte energetica. L’ideale sarebbe il gas naturale, però i depositi non sono ancora sufficienti, ha commentato l’esperto.”

Bisogna inoltre considerare che la conca dello Yangtzé ed altre zone del centro e del sud del paese hanno sofferto in questi mesi la peggiore siccità degli ultimi cinquant’anni, fatto che ha colpito la produzione idroelettrica.

Secondo l’Associazione Cinese di Meteorologia “la neve continuerà a cadere con forza nei prossimi tre giorni”.

“L’intero paese si è mobilitato per risolvere l’emergenza. Nella città di Nanjing, 250 mila persone sono state destinate alla rimozione della neve dalle strade.”

Le note d’agenzia parlano di “460 mila soldati dell’Esercito Popolare di Liberazione mobilitati nelle province cinesi per aiutare milioni di persone all’intemperie, colpite dal peggiore freddo degli ultimi tempi, e di un milione d’agenti impegnati per aiutare a ristabilire il traffico ed i servizi.

“Il Ministro della Sanità ha inviato 15.000 medici per assistere i sinistrati.

“Il primo ministro Wen Jiabao si è rivolto nella città di Canton ad una moltitudine di passeggeri i cui treni erano rimasti bloccati.

“Si calcola che sono state colpite oltre 80 milioni di persone. Si stanno analizzando i danni provocati all’agricoltura ed alla produzione alimentare.”

La BBC World riferisce: “Il governo cinese ha informato che una forte siccità ha provocato che il livello dell’acqua di una parte del fiume più grande del paese, lo Yangtzé, scendesse al valore più basso da quando sono iniziate le sue rilevazioni, 142 anni fa.

“Nella città portuale di Hankou, nel centro del paese, i livelli dell’acqua all’inizio di gennaio sono scesi a 13,98 m., come non si registrava dal 1866”, ha indicato citando fonti locali.

In Vietnam l’ondata di freddo s’avvicinava con temperature insolitamente basse.

Tali notizie danno l’idea di ciò che può significare il cambio climatico che tanto preoccupa gli scienziati. In entrambi gli esempi che ho citato si tratta di paesi rivoluzionari, perfettamente organizzati, con una grande forza economica ed umana, dove tutte le risorse sono messe immediatamente al servizio del popolo. Non si tratta di masse affamate abbandonate alla loro sorte.

D’altra parte, un dispaccio dell’agenzia Reuters del 29 gennaio, informa che “la Francia prevede di modificare la sua politica sul consumo di biocombustibili, a causa dei dubbi sull’impatto ambientale dei cosiddetti “combustibili verdi”, ha informato martedì la Segretaria di Stato all’Ambiente.

“La Francia si è trasformata in uno dei maggiori produttori di biocombustibili europei, dopo avere stabilito una politica ambigua che anticipa di due anni l’obbiettivo dell’Unione Europea di miscelare i biocombustibili con i combustibili standard.

“Per raggiungere i suoi obbiettivi nella miscela dei combustibili… la Francia ha stabilito un sistema di quote che si beneficiano della riduzione dei dazi, con l’intenzione di renderli competitivi nei confronti dei combustibili standard.

“La politica ha incoraggiato molte compagnie ad investire nel settore, costruendo stabilimenti d’etanolo e biodiesel in tutto il paese.”

Tutto ciò che ho appena terminato d’esporre, che sebbene previsto concettualmente costituisce una somma d’elementi nuovi, appena accaduti, in tali circostanze comporteranno sicuramente per il Brasile, fortunatamente non colpito in questo periodo da grandi calamità climatiche, dei passi importanti nella sua politica commerciale e degli investimenti. Immediatamente, la suo importanza in campo internazionale aumenta.

È evidente che un numero di fattori complica la situazione del pianeta. Se ne possono indicare diversi:

1. Crescita del consumo del petrolio, un prodotto non rinnovabile e contaminante, per lo spreco delle società consumistiche.

2. Scarsità di generi alimentari per varie cause, tra cui la crescita esponenziale della popolazione umana e degli animali, trasformando direttamente le granaglie in proteine con una domanda in crescita.

3. Eccessivo sfruttamento dei mari e contaminazione delle loro specie, causati dai rifiuti chimici dell’industria, incompatibili con la vita.

4. La macabra idea di trasformare gli alimenti in combustibile per l’ozio ed il lusso.

5. Incapacità del sistema economico dominante dell’uso razionale ed efficiente della scienza e della tecnica nella lotta contro flagelli e malattie che aggrediscono la vita umana, gli animali e le coltivazioni che la sostengono. La biotecnologia trasforma i geni e le multinazionali creano ed impiegano i suoi prodotti, massimizzando il profitto attraverso la pubblicità, senza sicurezza per coloro che li consumano, né possibilità d’accedervi per chi ne ha bisogno. Tra questi prodotti, le nuovissime molecole nanotecnologiche – il termine è relativamente nuovo – che si sviluppano disordinatamente utilizzando la stessa via.

6. La necessità di pianificazioni razionali della crescita familiare e sociale nel suo insieme prive di pretese egemoniche e di potere.

7. L’assenza quasi totale d’educazione, anche nelle nazioni con i più alti livelli di scolarità, riguardo a temi decisivi per la vita.

8. I rischi reali derivati dalle armi di sterminio di massa in mano ad irresponsabili, fatto che il già citato New York Times, uno degli organi di stampa più influenti degli Stati Uniti, ha qualificato come pericoli orripilanti.

Esistono i rimedi per questi pericoli? Sì: conoscerli e farsene carico. ¿ Come? Sarebbero riposte puramente teoriche. Se le pongano da soli gli stessi lettori, specialmente i più e le più giovani, come si dice ultimamente per non sembrare discriminanti nei confronti delle donne. Non aspettate ad essere prima dei Capi di Stato.

Avevo o no dei temi di conversazione con Lula? Era impossibile raccontargli tutto. In questo modo è più facile commentare le notizie giunte successivamente.

Gli ho ricordato che cercavo di riprendermi da due incidenti: da quello di Villa Clara e dalla malattia sopraggiunta dopo il mio ultimo viaggio in Argentina.

Quasi al termine mi ha detto: “Sei invitato in Brasile quest’anno.” Grazie, gli ho risposto, almeno con il pensiero sarò lì.

Come ultima cosa, mi ha detto: “Racconterò ai compagni ed agli amici che Lei ha in Brasile che sta molto bene.”

Abbiamo camminato insieme fino all’uscita. È valsa veramente la pena rivederci.

Fidel Castro Ruz

31 gennaio 2008

vedi anche:

http://www.granma.cu/italiano/2007/marzo/juev29/fidel.html

http://www.beppegrillo.it/2007/04/fidel_e_il_futuro_del_mondo.html

venerdì, febbraio 08, 2008

Caro Manifesto...non ti compro più


Caro manifesto, sono uno dei tanti lettori che "comprava " il manifesto tutti i giorni e anche se a fine settimana erano più i numeri non letti per mancanza di tempo, perché sempre coinvolto nelle corse metropolitane per impegni di lavoro o di famiglia, ero contento lo stesso perché acquistando il manifesto non avevo "comprato" un servizio ma avevo finanziato il "mio giornale", nello stesso modo in cui ho risposto a tutte le campagne di finanziamento.
Devo ammettere che circa un anno fa avevo mal digerito l'articolo di Erri de Luca sempre sul manifesto che spiegava che a Gaza non c'è la fame e neanche la chiusura delle frontiere con l'Egitto, avevo pensato è una opinione e non ho più comprato o regalato libri del suddetto autore.

In questi giorni tutti i canali televisivi fanno vedere come due mondi separati quello della sofferenza palestinese che si riversa sull'Egitto abbattendo il Muro della Vergogna in cerca di pane e combustibile e quello della sofferenza ebraica commemorata col giorno della memoria. In questo contesto anche il manifesto con l'articolo di Valentino Parlato si inserisce nel progetto propagandistico sionista di creare una immagine "pulita" di uno stato apertamente razzista nato sulla pulizia etnica di un altro Popolo (Tanya Reinhart scrittrice israeliana in "distruggere la Palestina"). La macchina propagandistica si spinge oltre e quest'anno occupa il salone del libro di Torino per il Restyling di Israele e dei 60 anni della sua fondazione/occupazione/pulizia etnica.

E' necessario essere consapevoli che il festeggiamento del 60° anno della fondazione dello stato di Israele coincide col 60° anno della cacciata dei palestinesi dalla loro terra, la Nakba ovvero "la catastrofe" , che sicuramente invece di festeggiare conta i suoi profughi, oltre 4 milioni nei paesi arabi confinanti.

Valentino Parlato dalle pagine del manifesto tuona e difende il salone di torino, ricordandoci attraverso le parole del Rabino di Roma, i morti dei ghetti di Varsavia che intonarorono l'Internazionale prima di essere massacrati, questo episodio è la licenza per trasformare le vittime sopravvissute in carnefici? E' una strizzatine d'occhio ai vari Ariel Sharon, Ehud Olmert per affamare, massacrare altri popoli?
Valentino Parlato ci dice che "ci saranno scrittori ebrei di grande levatura", Oz, Yehoshua, Grossmam, questi non sono gli stessi che hanno promosso culturalmente la guerra in libano? Con loro si dovrebbe discutere dei diritti umani mentre le ruspe del loro governo sradicano gli ulivi dei palestinesi, abbattono le loro case per cacciarli dalle loro terre e creare finalmente il grande stato biblico di Israele?
Al salone di Torino non ci saranno sicuramente scrittori del calibro di Aharon Shabtai, Yitzhak Laor, Ilan Pappe, Edgar Morin, Amira Hass, Gideon Levy, Jeff Halper o Uri Avnery che rappresentano la coscienza critica dell'ebraismo.

"La cultura italiana ha un grande spazio nel mio cuore: la sua creatività artistica ha avuto un ruolo importante nel cambiare il mondo, renderlo meno crudele e quindi più giusto, proiettato verso la libertà e il coraggio che ci vuole per difenderla. Ma grande è stata la mia sorpresa quando ho saputo che la vostra Fiera ha invitato
lo Stato di Israele come ospite d'onore, e nell'occasione dei 60 anni dalla sua nascita, tanto più che insieme all'invito ho ricevuto la notizia del massacro a Gaza di 20 palestinesi per mano delle forze di occupazione israeliane e che il portavoce del governo, nel descrivere il massacro, dichiarava: "è lo spettacolo più bello che si possa vedere", con queste parole Ibrahim Nasrallah, poeta e scrittore giordano, ha rifiutato la sua partecipazione al salone del libro di Torino.

Aharon Shabtai scrittore e poeta israeliano, ha rifiutato la sua partecipazione al salone del libro di Parigi: "Io non ritengo che uno Stato che mantiene un'occupazione, commettendo giornalmente crimini contro civili, meriti di essere invitato ad una qualsivoglia settimana culturale. Ciò è anti-culturale; è un atto barbaro mascherato da cultura in maniera cinica. Manifesta un sostegno ad Israele, e forse anche alla Francia che appoggia l'occupazione. Ed io non vi voglio partecipare."

Non so se mi pubblicherete nelle lettere, sicuramente le dichiarazioni di Valentino Parlato sono state efficaci per poter continuare indisturbato le sue "interviste al Rabino di Roma" e continuare i suoi aperitivi culturali "con il bravo ambasciatore di Israele a Roma" , le scelte giuste hanno bisogno di un coraggio che non ha dimostrato di possedere.

Io da domani risparmierò un euro (il parziale recupero con la pagina di oggi 27 gennaio non mi ha del tutto rassicurato)

Distinti Saluti
Rosario Citriniti - Torino

vedi anche: http://www.forumpalestina.org/news/2008/Gennaio08/DibattitoFieraLibro/LettereManifesto.htm


Qui a seguito l'articolo di Valentino Parlato da www.ilmanifesto.it del 24 gennaio

Un boicottaggio sbagliato
Valentino Parlato


La Fiera internazionale del libro di Torino avrà il suo svolgimento dall'8 al 12 maggio, ma già sta scatenando discussioni e polemiche, che hanno investito anche il nostro, tenace e tollerante, collettivo. La fiera si apre nel 60° anniversario della fondazione dello stato di Israele e quindi, inevitabilmente, si riapre la questione palestinese. Dopo la seconda guerra mondiale e il massacro degli ebrei, riconoscere agli ebrei il diritto ad avere un territorio e uno stato era obbligatorio. Anche Stalin fu a favore della costruzione dello stato di Israele, contraria - e non è affatto secondario - fu l'Inghilterra la quale - è una mia memoria personale - per sostenere che il mondo arabo non avrebbe accettato uno stato ebraico favorì grandi manifestazioni di opposizione, e a Tripoli (dove allora abitavo) un sanguinoso pogrom antiebraico nella complice indifferenza delle autorità militari britanniche.
La polemica che si è aperta oggi, è sul boicottaggio di questa Fiera del Libro, che dà a Israele un posto d'onore con il rischio di una legittimazione letteraria della sua politica. Dico subito che non ho nessuna posizione di principio contro il boicottaggio, contro i bianchi razzisti sudafricani era più che giusto. C'è boicottaggio e boicottaggio e, quindi, sono del tutto contrario al boicottaggio di questa fiera del libro (il libro va sempre rispettato) e contro lo stato di Israele. Gli israeliani - che sono sempre ebrei - per quanti torti abbiano nei confronti del popolo palestinese non sono in alcun modo paragonabili ai razzisti sudafricani e poi - un poi che non possiamo dimenticare e sul quale noi europei e quelli di noi che si dichiarano cristiani e cattolici - c'è la storica persecuzione del popolo ebraico, ci sono i ghetti e i campi di sterminio. E qui mi torna buono ricordare quel che mi disse in un'intervista al manifesto il Rabbino capo di Roma. Nel ghetto di Varsavia l'ultimo canto che gli ebrei intonarono fu l'Internazionale. Poi furono massacrati dai tedeschi.

Quindi profittiamo di questa Fiera internazionale del libro di Torino per discutere, per criticare la politica dello stato di Israele, per difendere i diritti dei palestinesi, che in questi territori sembrano diventati i nuovi ebrei. Discutiamo, scontriamoci, ma mandiamo al diavolo il boicottaggio. Non solo perché gli israeliani sono ebrei e non afrikaner, ma anche perché il boicottaggio è muto. È un no senza argomenti. A Torino ci saranno scrittori ebrei di grande levatura e con loro dobbiamo discutere, ragionare, polemizzare, difendere i diritti del popolo palestinese. Mi rendo conto delle paure ancestrali della gente di Israele. Mi rendo conto della loro paura - me lo disse un bravo ambasciatore di Israele a Roma - di essere i nuovi crociati. Credo di capire, ma Israele deve essere più ebrea con i palestinesi. Li deve sentire parenti stretti. Ma proprio per tutto questo il boicottaggio serve solo a fare il danno dei palestinesi e degli israeliani.

valentino parlato

Dibattito sul boicottaggio della Fiera del libro di Torino dedicata a Israele

Una lettera al Corriere della Sera

Signor Direttore,
in merito alla Fiera del Libro, che questo anno dovrebbe essere dedicata ad Israele vorrei esprimere la mia indignazione.
Innanzitutto serve far conoscere che Rolando Picchionni, presidente della Fiera, è stato iscritto alla famigerata e criminale Loggia P2 (numero della tessera 2095), e questo già mostra ampiamente la moralità di chi ha voluto prendere questa decisione scellerata.
Vediamo i fatti: Israele è un paese razzista, lo scrivono moltissimi intellettuali di quel paese, lo sanno bene i palestinesi e gli arabi che lì vivono; un paese fuorilegge perché sono molte decine risoluzioni dell´ONU di cui si fa beffe con la complicità di quell´altro bel paese campione di democrazia che sono gli USA; sono oltre 11.000 i prigionieri palestinesi, tra cui molti bambini e donne che hanno la sola colpa di essere palestinesi; tutti i giorni i killer israeliani praticano la pena di morte contro uomini, donne e bambini palestinesi.
Insomma un paese che come un vampiro si nutre della pelle, del sangue palestinese, oltre che aver rubato tutte le ricchezze materiali.
Sono certo che la Fiera non si terrà come vorrebbe il "signor" piduista, i democratici, il popolo della sinistra, i veri intellettuali, le organizzazioni democratiche torinesi alzeranno la voce ed impediranno tale scempio.
Israele ha dalla sua parte la forza, noi la ragione ed il coraggio: se la forza prevarrà sulla ragione e sul coraggio (così è stato nel Cile di Allende, molte volte nel Sud Africa liberato da Mandela), allora sarà la Fiera della vergogna e chiunque vi parteciperà sarà ricordato come tale.
I vili personaggi come De Luna ci mostrano unicamente che il loro estremismo sa vivere solo dalla parte dei più forti, ieri a sinistra, oggi a destra. Nulla di più!!!
Se lo storico estremista sapesse davvero di storia, come Fortini, come Pertini, come tutta la sinistra, starebbe finalmente dalla parte della ragione, in questa caso della Palestina.
Intanto iniziano ad arrivare le voci importanti di israeliani, e primo, invitato della prossima Fiera del Libro di Torino, il poeta Aharon Shabtai che ha chiesto di essere cancellato dalla lista degli invitati, perchè non vuole essere tra gli scrittori rappresentanti Israele ( nazione ospite d'onore dell'edizione 2008 ).
Vi invio una sua poesia:

"SE MI CHIEDETE...
Se mi chiedete
Di dare la caccia a un ragazzo
A 150 metri di distanza
Con un fucile a cannocchiale,
Se mi chiedete di sedermi in un tank e
Dalle altezze della moralita' ebraica,
Fare penetrare un obice
Nella finestra di una casa,
Mi togliero' gli occhiali
E borbottero' cortesemente:
'No, signori!
Rifiuto di spogliarmi
Per sguazzare con voi
In un bagno di sangue'.
Se mi chiedete
Di tendere le orecchie
Perche' voi ci caghiate dentro,
Scusandomi, diro':
'no, grazie!
Le vostre parole puzzano,
Preferisco sedermi
Sull'asse del mio cesso!'
Meglio dunque che la smettiate,
Perche' se vi ostinate,
Se continuate a insistere
Che io mi unisca alla vostra muta,
Per grugnire insieme,
Perche' insieme ci rotoliamo
E ci facciamo tutti crescere addosso
Setole di porco,
E insieme affondiamo
Le nostre narici di lupi
Nella carne cruda,
Perdero' la pazienza
E rispondero' con fermezza:
'Signor Primo Ministro,
Onorevole Generale,
Sua Eccellenza Deputato..
Sua Santita' il Rabbino,
Baciatemi il culo!'

Grazie per la pubblicazione.


Francesco Giordano (Milano)

vedi anche: http://www.forumpalestina.org/news/2008/Gennaio08/DibattitoFieraLibro/DibattitoFieraLibro.htm

giovedì, febbraio 07, 2008

UN FASCISTA MORTO
RIMANE PUR SEMPRE UN FASCISTA

Il 10 febbraio lo Stato italiano celebra il “Giorno del Ricordo “in memoria della tragedia degli italiani di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra” (legge 30, marzo 2004, n.92).

Il mito delle foibe è stato creato ad arte per mettere sullo stesso piano la violenza fascista e quella antifascista. Lo Stato italiano, con la complicità dell’estrema destra, utilizza il revisionismo fascista per creare dei martiri in modo da poter nascondere i propri crimini. Negando la propria responsabilità nell’olocausto, nel massacro di interi paesi, in stupri e torture in Italia e nei nostri territori occupati, cerca di far apparire le reazioni armate contro i fascisti come violenze ingiustificate commesse da spietati criminali e banditi. Secondo questa logica le azioni contro gli squadristi, i collaborazionisti e chi, italiano, aveva approfittato dell’occupazione dell’Istria per i suoi interessi, diventa un generico odio anti-italiano e la foiba diventa il simbolo di uno sterminio etnico da parte della popolazione slava. Si nascondono i motivi della violenza liberatoria di chi per anni aveva subito indescrivibili soprusi e si modificano i numeri di questi fatti, trasformando la stima realistica e verificata di centinaia di morti in fantasiose ipotesi di centinaia di migliaia di vittime.

L’occupazione fascista in Jugoslavia, specialmente nelle province del Litorale e dell’Istria impose già dagli anni ’20 la cultura e la lingua italiana, chiudendo le scuole slovene e croate, distruggendo 400 sedi e associazioni culturali, escludendo dagli impieghi pubblici gli slavi e sequestrando migliaia di terreni agricoli, affidandoli agli italiani. Tra il 1940 e il 1945 ci furono 45.000 morti tra sloveni e croati e italiani antifascisti, di cui molti gettati nelle foibe, 95.460 arrestati ed internati nei campi di concentramento che furono 113 in Italia, 15 in Jugoslavia e diversi ancora in altri territori occupati. Solo in Slovenia ci furono 13.606 morti nei lager.

Nessun paragone deve essere fatto tra questa violenza che è parte centrale di un programma ideologico che vuole una categoria di esseri umani superiore alle altre e una violenza che di questa ideologia e delle sue conseguenze si vuole disfare.


SE C’È QUALCUNO CHE DEVE ESSERE RICORDATO IN QUESTO GIORNO, NON SONO CERTO I MORTI FASCISTI E COLLABORAZIONISTI CHE HANNO UCCISO, TORTURATO, INCENDIATO, SACCHEGGIATO E STUPRATO, BENSÌ TUTTI QUELLI CHE HANNO COMBATTUTO CONTRO DI LORO.

Spaziopopolarelaforgia@gmail.com

“di fronte ad una razza inferiore e barbara come la slava, non si deve seguire la politica dello zuccherino, ma quella del bastone. I confini dell’Italia devono essere il Brennero, il Nevoso e le Dinariche: io credo che si possano sacrificare 500.000 slavi barbari a 500 italiani.”
Benito Mussolini, 1920.

“Logico ed opportuno che campo di concentramento non significhi campo di ingrassamento. Individuo malato=individuo che sta tranquillo.”
Generale Gastone Gambara, manoscritto in risposta al documento medico dopo la visita al campo di concentramento di Arbe (Rab), dove gli internati “presentavano nell’assoluta totalità i segni più gravi dell’inanizione da fame”, 15/12/42.

“Fioi mii, chi ofende
Pisin, la pagherà
In fondo alla Foiba
Finir el dovrà”
Canzone stampata sui libri di scuola italiani in Istria durante il ventennio fascista.

“La cessazione delle investigazioni è autorizzata. Per minimizzare qualsiasi effetto sull’opinione pubblica italiana e qualsiasi possibilità che gli jugoslavi interpretino la cessazione come un’ammissione che le accuse contro di loro erano infondate, siete autorizzati a rilasciare una dichiarazione pubblica che la cessazione delle investigazioni è dovuta a difficoltà fisiche sopravvenute …”
Telegramma inviato dalle forze alleate il 19/2/46 dopo che la ricerca nella foiba di Basovizza aveva riportato alla luce 10 corpi di militari tutti di nazionalità tedesca. Dal 1992 su questa foiba un monumento nazionale ricorda 2500 morti italiani mai ritrovati in questo luogo.