lunedì, gennaio 28, 2008

Per i padroni la morte degli operai e’ la vita del capitale

(28 gennaio 2008)

Proletari!
Cosa segna oggigiorno l’aumento dello sfruttamento indiscriminato degli operai e il continuo e progressivo peggioramento delle loro condizioni di vita e di lavoro? Purtroppo non sono solo i bassi salari e gli aumenti da fame, l’incremento della precarietà e della flessibilità, l’innalzamento dei ritmi e degli orari lavorativi, l’incertezza crescente legata alle pensioni e alle liquidazioni, i tagli spregiudicati alla sanità e allo stato sociale…Ma anche e soprattutto la sempre più massiccia carneficina degli omicidi sul lavoro e delle malattie cosiddette “professionali”.
Dopo la strage infame alla Thyssen-Krupp di Torino che pretende ancora vendetta, pure nel Veneto del supersfruttamento ci sono stati, non ultimi, ancora due proletari assassinati in modo assurdo a Porto Marghera, ennesime vittime sacrificate sul campo della guerra del capitale contro il lavoro salariato. Sempre in questa regione tra le prime per le morti da lavoro, negli scorsi tre anni si sono verificati 320 mila “infortuni”, di cui 327 mortali; mentre nei primi otto mesi del 2007 sono già state “registrate” 86 vittime, e nella sola provincia di Vicenza ci sono stati nel corso dell’anno passato complessivamente 21 mila “incidenti”. Rimanere uccisi a causa delle tremende condizioni che il capitalismo impone ai salariati sembra essere la normalità ottocentesca che in Italia conta sempre i suoi 4 morti al giorno (sono ufficialmente più di 1300 l’anno, senza contare tutti i casi non denunciati relativi al lavoro sommerso e in nero).
Le statistiche dimostrano che precari e giovani, donne e stranieri, sono le categorie di lavoratori più esposte agli “infortuni”. Dunque, sono sempre i proletari peggio pagati, più deboli e ricattabili, a rischiare la pelle con più frequenza. Non a caso, in Italia all’eccessivo e cronico numero di morti da lavoro corrisponde un salario medio tra i più bassi in Europa, e che negli ultimi 5 anni è aumentato solamente di poco più del 10%. Come mai allora si parla solo adesso dell’allarmante questione salariale e del conseguente potere d’acquisto dei lavoratori dimezzatosi in pochi anni?
Non è tutto però: al risparmio sui salari, i padroni d’azienda aggiungono il risparmio sulla manutenzione degli impianti produttivi e sui costi per la sicurezza e la salute negli ambienti lavorativi, che per lor signori sono spese improduttive. Così gli inadeguati investimenti nella sicurezza non possono che rispondere alla logica del mercato, secondo cui per il capitalista questi costi non hanno ritorno, non generando infatti alcun profitto. Allora ecco che più le condizioni lavorative e salariali sono precarie e ridotte, insicure e insalubri, più la manodopera è ricattabile e costretta ad accettare lavori pericolosi, dai ritmi e dagli orari sfiancanti. Meno la classe operaia è in grado di far sentire la sua voce, più il capitalismo è messo nelle migliori condizioni per funzionare a completo servizio del profitto, con un consistente risparmio di capitale costante nella messa in sicurezza dei luoghi di lavoro.
Quale maggiore “prevenzione” e “formazione”, quale maggiore “controllo” e migliore “applicazione delle leggi sulla sicurezza nei luoghi di lavoro” per cercare di limitare le dimensioni di questo massacro nelle fabbriche, nei cantieri e in ogni ambiente lavorativo? Questi sono i soliti rimedi proposti da sindacalisti e politicanti che con lacrime da coccodrillo non vanno alle radici del problema e parlano spesso solo di “tragiche fatalità e di negligenze”, nascondendo volutamente che questa è invece la terribile e quotidiana realtà del capitalismo, con la sua logica del profitto e dell’immancabile “riduzione dei costi”!

Proletari!
I capi sindacali delle tre confederazioni, assieme ai politici e agli alti papaveri istituzionali, continuano a ripetere alla noia che “non è più tollerabile questo continuo stillicidio e che ognuno deve assumersi le proprie responsabilità”. Lo facciano loro per primi allora, che spalleggiando servilmente il padronato sono da decenni i garanti della competitività italica sul mercato mondiale, contribuendo a loro volta al pauroso abbassamento del costo del lavoro e dunque del salario reale e delle stesse condizioni di vita e di lavoro degli operai, che giornalmente si confrontano sempre di più con quelle dei proletari dell’est e del sud del pianeta.
In regime capitalistico anche il lavoro umano è una merce come tutti gli altri “beni prodotti”, ma una merce che in un mondo “globalizzato” senza più barriere è sempre più abbondante e per questo motivo viene scambiata ad un prezzo sempre più basso. Nel capitalismo dunque si “produce” sempre più pure la forza-lavoro, e a costi sempre minori. Per essere concorrenziali con il capitalismo cinese o indiano occorre sfruttare così a ritmo cinese e indiano i proletari europei e a maggior ragione quelli italiani, abbassando la soglia di sicurezza e di conseguenza continuando ad ammazzare operai indiscriminatamente. Quella della competitività delle merci è una legge economica, di fronte alla quale cozza ogni "rivendicazione" a tavolino proposta dai bonzi sindacali di Cgil-Cisl-Uil e diventa insopportabile l'abbraccio mostruoso fra i proletari che sopravvivono e le "autorità addolorate per l’ennesimo incidente”.
Chi oggi vuole ancora coinvolgere la classe lavoratrice nell’ipocrita cordoglio nazionale per le continue vittime del lavoro e ad essa vuole inoltre far credere che la soluzione della “questione degli infortuni” è quella socialmente pacifica di limitarsi a reclamare più sicurezza, il rispetto delle leggi, maggiori controlli, più formazione e “cultura della prevenzione”, sono coloro i quali (sindacati confederali e partiti più o meno di “sinistra”) da anni “concertano” con il padronato la svendita degli interessi di classe e delle condizioni di vita e di lavoro dei proletari. Sono proprio loro i corresponsabili dell’acuirsi dello sfruttamento e dell’incessante spargimento di sangue degli operai!
D’altronde, è con i rinnovi contrattuali al costante ribasso e con le drastiche riforme strutturali dello stato sociale e del mercato del lavoro che i presunti difensori e rappresentanti dei lavoratori fanno incassare ai padroni il più possibile, salvaguardando in tal modo non gli interessi dei salariati ma i profitti delle aziende che alimentano l’economia nazionale.

Proletari!
Non è di certo con le blande e disarmanti iniziative di “lotta” promosse dalla triplice Cgil-Cisl-Uil che potete costringere i padroni a mettere in atto le misure necessarie alla sicurezza nei luoghi di lavoro e a far disporre l’opportuna manutenzione dei macchinari e degli impianti produttivi. Non è con gli scioperi farsa, articolati e sterili, e peggio ancora con le fiaccolate, che potete guidare la protesta rivendicativa contro “le morti bianche e gli infortuni”. Non è con la democratica pace sociale, supportando gli inutili tavoli di intesa tra autorità e parti sociali e confidando nelle commissioni parlamentari che sfornano continuamente inutili decreti, che riuscirete ad imporvi per una limitazione del problema degli omicidi e delle mutilazioni sul lavoro.
Queste “disgrazie” infatti sono connaturate al capitalismo, sono degli “inconvenienti sociali” la cui incidenza è collegata alla legge del profitto: anzi, le morti da lavoro e le malattie “professionali” sono una delle condizioni di esistenza e di rischio sociale proprie del capitalismo stesso.
Come state sperimentando sulla vostra pelle, e sull’onda delle sempre più acute e ricorrenti crisi economiche (e borsistiche) che minano il cuore del capitalismo, ogni governo che si alterna, meglio se sinistro e “amico”, per salvaguardare l’economia nazionale e la sua competitività sul mercato mondiale (leggi: interessi e profitti aziendali!) continua a sottoscrivere con questi sindacati accordi e riforme capestro sulla moderazione salariale, sugli straordinari, sulla flessibilità e la precarietà, sul contenimento della spesa previdenziale e sanitaria. Sono quindi proprio coloro che continuano a colpirvi e a controllarvi, ad agevolare e ad approfondire il vostro sfruttamento, dimostrandosi i migliori difensori e puntelli del sistema economico e politico capitalistico, e che assieme ai padroni vi vogliono silenziosi ed obbedienti in fabbrica, divisi e disorientati nelle vostre lotte, prigionieri delle solite e pacifiche “regole del confronto democratico”, deboli e ricattabili quando sul lavoro rischiate la vostra vita giornalmente o quando si minacciano i vostri posti di lavoro con le frequenti ristrutturazioni e delocalizzazioni.

Proletari, compagni!
Il capitalismo vi vuole dunque gli uni contro gli altri e in costante concorrenza tra di voi, anche quando a morire o ad invalidarsi sono i vostri compagni di lavoro. Ovviamente, nulla viene fatto invece per l’unità della classe operaia da parte di quelli che a parole dicono di “difendervi” e poi nei fatti “concertano” i soliti sacrifici sulla pelle di chi lavora e vive di solo salario.
Allora, unitevi ed organizzatevi sulla base di obiettivi comuni e chiari contro chi vi sfrutta e vi imbroglia!
Battetevi per forti aumenti salariali (maggiori per le categorie peggio pagate) e non per le solite elemosine; rivendicate la riduzione della giornata lavorativa, opponendovi alle continue richieste padronali di straordinari; reclamate migliori condizioni di lavoro, denunciando soprattutto i rischi e i pericoli per la sicurezza e la salute dei lavoratori.
Diffidate anche di quanti vi dicono che l’unica via di “lotta” da seguire è quella dei processi e della giustizia borghese, che alla fin fine punirà i responsabili delle morti da lavoro e delle malattie professionali (il caso del Petrolchimico di Marghera ne è, assieme ad altri, un beffardo esempio…).
Cercate di chiamare alla lotta tutte le categorie di tutte le aziende (senza distinzioni tra occupati e disoccupati, precari e stranieri), con scioperi improvvisi e decisi ad oltranza, e riuscirete ad ottenere unità e forza, solidarietà e coscienza.
Contrapponetevi ai dirigenti sindacali che frantumano le lotte, che indicano obiettivi in difesa delle aziende, dell’economia nazionale e dello Stato, che rifuggono dall’uso di classe dell’arma dello sciopero, che favoriscono la divisione degli operai con la crescente differenziazione dei salari e dei contratti, che si alleano coscientemente o non con i padroni, con i borghesi, col loro stato di oppressione e sfruttamento.
Combattette questa drammatica e concreta realtà, in cui vi si opprime e vi si uccide in nome del profitto, e la cui responsabilità cade sulle spalle di tutti coloro i quali continuano a negarla o a nasconderla!

Partito Comunista Internazionale - Schio (VI)

fonte: sinistracomunistaint@libero.it

La morte di Boldrini: Bulow addio

(24 gennaio 2008)
Eterno può rimanere l’empito di democrazia, il desiderio di riscattare la Patria e liberarla dall’occupante nazista. Non la vita che anche per i più temerari e coerenti passa. E passa il tempo di Arrigo Boldrini, comandante Bulow, partigiano di pianura morto ieri in una casa di riposo ravennate dopo 92 primavere, rosse come la più bella del 1945. Era stato per anni segretario, poi presidente onorario dell’Anpi e aveva anche occupato uno scranno parlamentare nelle file del Pci. Partigiano di pianura, Bulow – nome di battaglia che gli era stato assegnato in paragone al generale che diede scacco a Napoleone – teorizzò nelle sue terre romagnole una tattica che cercava d’opporre ovunque una resistenza all’esercito tedesco. Partigiani non solo in montagna, dunque, per una lotta di liberazione che si sarebbe vinta oltre le vallate alpine e appenniniche, in quelle stesse città occupate dai comandi nazisti. Messi in crisi dai Gap - di cui un eroico capo militare, Giovanni Pesce, ci ha lasciato nello scorso settembre – e dalle squadre sabotatrici soprannominate Sap. La situazione imponeva di combattere anche in pianura, e anche in pianura nacquero brigate partigiane. Nel ravennate c‘erano quindici Gap che s’opponevano alla 10^ Armata e al 76° Corpo Corazzato nazisti. Boldrini, garibaldino comunista, comandava la ‘‘Mario Gordini’’ che operava fra Mesola e Porto Tolle in pieno delta del Po.

Si cercava fra mille difficoltà di trarre vantaggio da quegli elementi naturali che il territorio offriva. I partigiani delle lande alluvionali ebbero nelle paludi, nei canneti, nelle nebbie, nei contadini i migliori alleati. Furono vietcong prima degli uomini di Ho Chi Min e del generale Giap che la storia mondiale conobbe successivamente per la resistenza opposta dagli anni Cinquanta ai Settanta agli imperialismi francese e statunitense nel sud-est asiatico. Nascondersi nell’acqua a Comacchio nelle gelide invernate del ’43 e ’44 oppure in buche, scavare passaggi sotterranei diventava una necessità per combattere quella guerra senza quartiere contro il nazifascismo che il nazifascismo aveva voluto. Furono d’esempio il partigianato slavo e balcanico che però godevano d’una morfologia territoriale più consona alla guerriglia. Questa spina nel fianco in quei luoghi che la ‘croce uncinata’ riteneva sicuri consentì la presa di alcune città come Ravenna già all’inizio del dicembre 1944, ancor prima del definitivo sfondamento della linea Gotica e del dilagare nella pianura padana delle truppe alleate nel successivo mese d’aprile. E quando il Cnl lanciava il segnale dell’insurrezione che nelle gracidanti ricetrasmittenti da campo risuonava col criptico ‘‘Aldo dice: ventisei per uno’’ furono le brigate partigiane a occupare manu militari piazze e prefetture poi consegnate ai carri armati alleati.

La liberazione della sua città venne riconosciuta a Bulow con una medaglia d’oro al valor militare dagli stessi generali della VIII Armata anglosassone. A guerra terminata Boldrini dovette subire un processo perché accusato dell’uccisione di alcune decine di militari e civili aderenti alla Repubblica di Salò avvenuta in un paese del padovano. Fu scagionato e assolto. Partecipò come parlamentare all’Assemblea Costituente e alla creazione di quei princìpi costituzionali che nella giornata odierna compiono sessant’anni. Anche a questo Padre della Patria sia lieve la terra.

23 gennaio 2008

Enrico Campofreda

domenica, gennaio 27, 2008

27 Gennaio: la Giornata della Memoria....corta!

Il 27 Gennaio 1945, sessantatre anni fa, l’Armata Rossa (i soliti comunisti) liberavano Auschwitz. Nel commando perirono 231 soldati sovietici. Ma in totale, alla fine della seconda guerra mondiale, per scacciare dall’Europa il flagello nazista ed i figli della Lupa (alcuni di loro ebbero pure un rigurgito Repubblichino ma, secondo la vulgata purificatrice, erano troppo giovani per sapere. Fatto strano, cresciutelli, divennero seguaci di Almirante. Piccole incongruenze della logica), l’URSS aveva lasciato sul campo oltre 21.000.000 di morti (13.600.000 militari, 7.500.000 civili). Da tutto ciò ne consegue, per Copyright, che siamo stati liberati esclusivamente dagli Americani (che poi, per la precisione, sarebbero gli Statunitensi). Il 27 Gennaio, per ricordare giustamente quel fatto, onorare le vittime del nazismo e dell’Olocausto ( possibilmente, senza nominare le zecche liberatrici), è stato istituito dal Parlamento Italiano il “Giorno della Memoria”. In realtà, sarebbe meglio dire “Giornata della Memoria Corta”, visto che mancano all'appello gli ultimi sessant’anni di storia contemporanea. In effetti, se dal 1945 in poi il mondo viene rappresentato come immobile, tanto che dobbiamo ricordare solo l’Olocausto, non è che poi ci si può lamentare se i giovani non contestualizzano oppure se vivono con distacco gelido la trapassata crudeltà dei campi di sterminio nazisti. Si potrebbe invece andare incontro alle nuove generazioni, magari informando gli ultimi arrivati con la scheda aggiornata dei crimini commessi dai soliti noti. Non sarebbe male, per esempio, in un’ipotetica “Giornata della Memoria Lunga” ricordare come, oggigiorno, i Sionisti stiano facendo una brodaglia con il Popolo Palestinese, dannato a subire un’infame occupazione lunga una vita. (Naturalmente, se ti occupano per oltre quarant’anni la casa e tu fai resistenza armata continuata, sei un terrorista: mi pare ovvio!) In particolare, se mai si può dire così, gli esseri umani della Striscia di Gaza, solo 1.500.000 (1 milione e cinquecentomila), dotati di pelle ed ossa come quelli che ha così mirabilmente raccontato Primo Levi, sono stati ridotti a vivere ammassati in un recinto, il cui perimetro è stato doviziosamente sigillato da Sharon (quello di Sabra e Chatila: il partigiano Sandro Pertini lo definì un Criminale!) ed Olmert con Muri e Check-Point . Per capire di chi stiamo parlando, si ricordino quelle galline umane che l’altro giorno, in preda a sete, fame e disperazione, hanno pensato bene di sfondare il confine con l’Egitto, per acquistare qualche genere di prima necessità (un po’ d’acqua, qualche fetta di pane, roba del genere). E’ proprio di loro che stiamo parlando! Magari si potrebbero ricordare anche gli oltre due milioni e mezzo di morti irakeni per l’embargo Bush (senior e junior), condito con due guerre d’occupazione aeroterrestri all’uranio impoverito; l’embargo cubano che attanaglia l’isola dal 1961 con un danno stimato in oltre 100 miliardi di dollari (e che si riverbera, poi, nelle cose essenziali, sebbene Cuba abbia tuttora il primato in molti campi: scuola, sanità, università, sport. E questo la dice lunga sulla forza di volontà che i popoli oppressi autoriproducono; si pensi anche al Vietnam). Nella Giornata della Memoria Lunga si potrebbe ricordare il Napalm, l’Uranio impoverito, il Fosforo Bianco, le Bombe atomiche sganciate su Hiroshima e Nakasaki ( solo 200.000 morti senza tirare il fiato), qualche milione di Pellerossa sterminato, qualche Guantanamo, qualche ESMA, qualche Pinochet con Papa Boy al seguito, qualche Darfur, qualche Ruanda (con i suoi machete, che provocarono nel 1994 più o meno un milione di morti di sgozzati su ordinazione, ovviamente, dei papponi imperialisti), qualche Abu Ghraib con annessi prigionieri sodomizzati con lampade chimiche e manici di scopa dal glorioso corpo dei marines (di cui vanno pazzi gli psicotici democristianei di destra e sinistra italiani e di cui non nutre riserve il Baffo cresciuto a Frattocchie, quello della guerra umanitaria in Kosovo). Il Kosovo, i bombardamenti umanitari su Belgrado: perché non ricordiamo pure quelli una volta tanto?

Francesco Fumarola
27 Gennaio 2008

http://www.mercantedivenezia.org

giovedì, gennaio 24, 2008

Sbatti i mostri in prima pagina

“Operazione Brushwood”, una “farsa” con effetti devastanti

(20 gennaio 2008)

Dopo tre mesi dall'inizio del blitz dei carabinieri dei Ros a Spoleto, Michele Fabiani ed Andrea Di Nucci si trovano ancora nel carcere di Perugia in isolamento...

Il clima di sospetto

L’hanno chiamata “Operazione Brushwood” (boscaglia). Forse nell’illusione di impressionare l’immaginario collettivo o comunque di creare un clima di sospetto. Si sa che nella boscaglia umbra si possono annidare serpenti, vipere, cinghiali, e perché no anche covi di presunti terroristi. Per cui è sempre bene ogni tanto bonificare il terreno.
Ed in questa opera di “bonifica” della campagne spoletine per tutelare la sicurezza dei cittadini e delle istituzioni, si sono impegnate nei mesi scorsi le forze dei carabinieri dei Ros ( con annessi passamontagna, mitra ed elicotteri) nonché un pool di magistrati perugini desiderosi di visibilità e di benemerenze nella lotta al neo-terrorismo strisciante, concentrato negli ultimi tempi su “sindacalisti irriducibili” o , sempre tra virgolette, su “ anarchici insurrezionalisti”.
Si è partiti da alcuni fatti di cronaca un po’ misteriosi ed ambigui che ultimamente hanno interessato il territorio di Spoleto e di Perugia:un tentativo di incendio ad una centralina, una busta con dentro alcuni proiettili dimostrativi recapitati alla Presidente della Regione Lorenzetti, qualche scritta sui muri . Ma lo scopo dichiarato dell’operazione non è tanto quella di identificare e punire gli autori di tali reati ( o bravate), bensì quello di prevenire l’”innalzamento dello scontro”( frase obsoleta già usata ai tempi delle BR).

A tal riguardo sembrano molto indicative , sulla scia dell’eccitazione seguita al blitz che ha tratto in arresto 5 giovani incensurati in quel di Spoleto ( ridente cittadina dell’Umbria), le parole pronunciate dal Comandante dei Ros Giampaolo Ganzer, intervistato dalle televisioni locali.
“Pur non essendoci ipotesi concrete sugli obiettivi del gruppo, non era certo difficile prevedere l’innalzamento del livello di scontro. La cellula umbra, già strutturata, era in fase di crescita e l’apparente spontaneismo rientrava all’interno di una progettualità più ampia”.
Sempre da Ganzer, (che, per inciso, risulta attualmente plurincriminato per vicende legate alla droga), i cinque arrestati sono stati definiti “giovani in fase di crescita ( hanno solo venti anni!) di formazione ideologica operativa che costituiscono una componente di una certa pericolosità”.
E Nicola Miriano procuratore della Repubblica di Perugia ha aggiunto : “ penso che i programmi degli appartenenti alla cellula, siano stati interrotti dal nostro intervento; è stato bene, nell’opera di prevenzione che svolgono le forze di Polizia, mettere in condizione di non nuocere questa cellula che si collegava col più importante movimento nazionale.”.
Ai cinque arrestati non sono state trovate armi - scrive l’agenzia AGI – soltanto cinque grossi coltelli tenuti in casa ( probabilmente in cucina come normalmente accade in tutte le abitazioni).
Il reato contestato è la violazione dell’art. 270 bis del codice penale contro “ le associazioni con finalità di terrorismo anche internazionale e di eversione dell’ordine democratico”.
I cinque avrebbero costituito, organizzato, partecipato a un gruppo di ispirazione anarchico-insurrezionalista denominato Coop-Fai , in Spoleto, dal marzo 2007 all’arresto.
Cioè non sono accusati di nulla di specifico, ma soltanto indagati per associazione sovversiva prendendo a pretesto fatti non provati od a loro provocatoriamente attribuiti.

Sugli aspetti “farseschi” dell’inchiesta basterà elencare alcuni punti.

1) Nella boscaglia non sono stati trovati covi di terroristi: forse però nel bosco si riunivano degli amici ( ma risulterebbe che alcuni neanche si conoscessero) che a quanto pare operavano politicamente, cioè decidevano sul da farsi per tutelare il territorio contro il degrado causato da speculazioni di industrie e istituzioni.
Si precisa che alcuni degli arrestati collaboravano con Lega Ambiente, col Gruppo Difesa Ambiente di Spoleto ed altre associazioni nelle loro attività in ambito ecologico.

2) In una lettera di rivendicazione di un attentato incendiario ad una centralina di un cantiere edile della zona, viene apertamente indicato l’indirizzo del mittente: Coop. FAI via Cacciatori delle Alpi 43 Spoleto.
Ebbene, in via Cacciatori delle Alpi 43 si trova la sede storica del WWF, frequentata anche da altre associazioni, per lo più ecologiste come ad esempio una sezione di Lega Ambiente.

3) Come recita un’interrogazione presentata alla Camera dal deputato Katia Bellillo, “organi di stampa riportano che il principale elemento di criticità dell’indagine deriva dalla discrasia tra le contestazioni mosse agli indagati ( che si professano innocenti ed estranei alle accuse elevate nei loro confronti) e le risultanze probatorie”

4) Pur trattandosi di reato di opinione, nonché di “pericolo presunto”, nel testo dell’Ordinanza del Tribunale del Riesame di Perugia (che ha respinto l’istanza di scarcerazione), non solo sono spesso attaccati e censurati il pensiero, la filosofia e l’ideologia anarchica, ma anche quelli delle varie associazioni ambientaliste che si battono per la salvaguardia e la difesa della natura e dell’ambiente.

5) Chiaramente si tratta di una provocazione, dando evidentemente fastidio l’attività in difesa del territorio ivi svolta contro gli interessi di qualche azienda e qualche assessore(attività alla quale sono dedicate ben 27 pagine dell’ordinanza di carcerazione).
E che gli anarchici si aggreghino in cooperativa sarebbe una bella novità. A questo punto, perché non usare una Onlus per poter ottenere dalle istituzioni il 5 per mille?......

6) E che nelle lettere di rivendicazione di alcuni attentati dimostrativi siano stati trovati riferimenti e frasi (quasi “un copia ed incolla”) utilizzate da alcuni indagati in manifestini diffusi durante le battaglie ecologiste praticate alla luce del sole, non insospettisce minimamente i magistrati su di una possibile montatura ai loro danni?

7) Quanto infine alle cosiddette intercettazioni ambientali, appare per lo meno azzardato, come risulterebbe dagli atti, interpretare la parola “assegni” come sinonimo(“cifrato”) di “pallottole”(quelle inviate alla Lorenzetti dalla presunta Coop. Fai).

L’isolamento diurno e notturno

Sta di fatto che , malgrado le ripetute istanze di scarcerazione formulate dagli avvocati, due ragazzi ( su cinque) dopo tre mesi, restano detenuti(preventivamente perché considerati pericolosi) nel carcere di Capanne a Perugia in regime di elevato indice di vigilanza(EIV), consistente nell’ isolamento diurno e notturno, compresa l’ora d’aria, e sottoposti a visto di censura per ogni tipo di corrispondenza.
Si tratta di Michele Fabiani (detto Mec) e del suo amico Andrea Di Nucci. Capanne è il famigerato istituto dove il 14 ottobre scorso è avvenuta la morte sospetta di Aldo Branzino. Aldo e Roberta , sua moglie, erano stati arrestati due giorni prima. Nella notte tra il 13 e il 14 ottobre, in cella d’isolamento Aldo sarebbe stato ucciso ed è in corso un’inchiesta.

In una lettera pubblicata su “Il Manifesto” del 27 dicembre scorso, un medico, il dott. Carlo Romagnoli ha denunciato come Michele Fabiani che si professa anarchico ed ha partecipato attivamente alle lotte sociali contro l’”ecomostro” di Spoleto, sia stato costretto a più di 55 giorni di duro isolamento, finchè la giudice Restivo, preso atto dei rischi di tale regime carcerario per l’integrità psicofisica del giovane, lo ha fatto trasferire in un’altra cella con un altro detenuto.
L’altro ragazzo, Andrea, che non professa specifiche appartenenze politiche, è invece tuttora in isolamento totale, da più di 60 giorni, forse per essere costretto ad accusare Michele e coimputati. Tale comportamento, secondo il medico, configurerebbe la pratica di tortura psicologica, vietata dalle norme internazionali.
Su quanto denunciato dal dott. Romagnoli, vi è da aggiungere che sul testo del progetto di legge sulla tortura che giace in Commissione alla Camera ( e che si spera non venga definitivamente insabbiato) è prevista come specifico reato anche la “tortura mentale o psicologica” usata per estorcere confessioni da parte delle autorità giudiziarie e di Polizia.

La solidarietà

In solidarietà agli indagati, in particolare a Fabiani e Di Nucci detenuti in E.I.V., è sorto e si è sviluppato in questi mesi un vasto movimento di cittadini comuni, di ogni età ed appartenenza politica, che ha dato vita anche a fiaccolate, concerti, raccolta di sottoscrizioni.
Inoltre un ordine del giorno è stato approvato dal Consiglio Comunale di Spoleto il 29 ottobre 2007, in cui si auspicava che la magistratura accertasse in tempi brevi la verità, restituendo certezza, serenità e fiducia all’intera comunità cittadina.
Per ottenere la libertà dei due giovani arrestati sta lottando il Comitato 23 ottobre. Al suo fianco si sono schierati alcuni parlamentari, tra i quali l’onorevole Katia Belillo, i senatori Giovanni Russo Spena, Stefano Zuccherini, Francesco Ferrante e Maria Luisa Boccia, oltre a vari consiglieri comunali dell’Umbria. Finora tutto inutile.

Si può ritenere che, almeno per quanto riguarda Michele, l’accanimento persecutorio con cui lo si tiene in carcere duro, sia da porre in relazione anche con l’attivismo del giovane nel sostenere alcune battaglie contro la violazione dei diritti umani .
In particolare Michele, che aderisce ad un’associazione in difesa delle vittime di tortura elettronica e mentale, aveva scritto un dossier, reso pubblico attraverso internet, nel quale si ipotizzava la responsabilità degli apparati dello Stato e in particolare dei Ros nell’azione repressiva con nuove tecniche, importate dagli Stati Uniti, basate sull’uso delle cosiddette armi non letali.
La tortura con forme di carcere duro potrebbe allora essere interpretata come una risposta degli apparati adeguata alle circostanze.
Il caso di Michele e Andrea va comunque segnalato al Cpt, il “Comitato europeo per la tortura” di Strasburgo. Il Comitato, presieduto dall’italiano Mauro Palma, nel 2008 tornerà a visitare il nostro Paese.
L’Italia risulta infatti “vigilata speciale” in tema di prevenzione di trattamenti inumani e degradanti.

Romano Nobile

fonte: romanobile@libero.it

http://comitato23x.freewordpress.it/

Verità per Aldo

Sulla morte di mio fratello, Aldo Bianzino

(16 dicembre 2007)

Cari amici,
vorrei mandarvi una copia della lettera che ho recentemente spedito al Presidente della Repubblica riguardo alla morte di mio fratello avvenuta nel carcere di Capanne. Grazie dell'attenzione.
Claudio Bianzino

Aldo Bianzino

Al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano

Signor presidente, nonostante la grande stima che ho nei suoi confronti, mi perdonerà se, seguendo l’esempio dei miei genitori, volutamente non uso le lettere maiuscole nel rivolgermi a lei ed alle istituzioni in genere, nel tentativo di riavvicinarvi un po’, almeno simbolicamente, alla popolazione italiana.

Leggo sui giornali, con immensa gioia, che é stata finalmente presentata all’ONU la moratoria internazionale sulla pena di morte. Credo che sia una grande battaglia di civiltà portata avanti dal nostro Paese.

La vicenda di cui vorrei informarla, però, è un’altra.

Non so se ha sentito parlare di quell’uomo di 44 anni, trovato morto nel carcere di Capanne, nei pressi di Perugia, la mattina del 14 ottobre scorso.

Quell’uomo era un falegname che viveva nelle campagne dell’Umbria, nel cuore del nostro Paese, e conduceva una vita fatta di duro lavoro, amore per la propria famiglia ed i suoi tre figli, di preghiera ed amore per la natura. Quell’uomo costruiva mobili, mensole, porte, finestre, soppalchi. Era una delle persone più tranquille del mondo, quell’uomo, ed era circondato da centinaia di persone che gli volevano bene. Era un nonviolento, un “gandhiano”, e, come me, avrebbe apprezzato moltissimo l’iniziativa per l’abolizione della pena di morte in tutto il mondo. Quell’uomo la sera del 12 ottobre è stato arrestato perché nel suo orto è stata trovata qualche piantina di canapa indiana per uso personale.

La canapa, come è noto, è quella pianta che i nonni dei nostri nonni hanno coltivato e utilizzato per centinaia di anni, fino all’introduzione in Europa del tabacco, pianta che, a differenza della canapa, provoca dipendenza e causa milioni di morti in tutto il mondo.

Va da sé che se in un Paese aumentano le cose considerate illegali, il mondo dell’illegalità trova nuova linfa per alimentarsi e diventare sempre più forte. Ecco probabilmente perché, venendo incontro alla mafia, alla camorra, alla ‘ndrangheta, alle multinazionali del tabacco, nonché alla malavita in genere, la canapa è stata equiparata alle droghe ed inserita tra le sostanze illegali.

Fermo restando, comunque, che il problema della droga, quella vera, quella che si trova con gran facilità in tutte le discoteche, o quella di cui fanno uso molti uomini d’onore che siedono sui banchi di Montecitorio e Palazzo Madama, sia un problema molto serio. Ma torniamo al nostro uomo, un problema ancor più serio.

L’arresto è avvenuto al termine di una giornata di perquisizioni, a seguito delle quali, oltre alle piantine, si è scoperto che il falegname aveva soldi in casa per un valore di 30 (trenta) euro, e nessun conto in banca o in posta. E’ stato quindi deciso di mettere l’uomo, totalmente incensurato, in una cella di isolamento, e lasciare a casa, per un tempo indeterminato, un ragazzino di 14 anni in compagnia della nonna ultranovantenne in precarie condizioni di salute.

C’è chi dice che l’uomo sia stato scambiato per qualcun altro, forse per uno spacciatore, forse per un anarchico o chissà chi.

I fatti ci raccontano che dopo l’arresto, sono state effettuate le consuete ed accurate visite mediche e psichiatriche, attestanti che l’uomo era in perfette condizioni psico-fisiche, con pressione arteriosa e battito cardiaco ottimali. La mattina del 14 l’uomo è stato trovato morto.

I medici legali, la voce della scienza, ci dicono che dopo la prima autopsia sul corpo dell’uomo sono state riscontrate delle lesioni. Lesioni compatibili con l’omicidio. Compatibili con la tortura. Tortura che, se confermata, è stata certamente compiuta da professionisti, gente addestrata ad uccidere con metodi che non lasciano segni esteriori, ma svariate lesioni interne, riscontrabili solo tramite esami autoptici.

Ovviamente c’è un’indagine in corso, che potrà confermare o meno queste ipotesi. Ed a proposito dell’indagine, essendo lei anche il presidente del Csm, vorrei informarla di alcuni particolari. Si sa che un carcere di “sicurezza” è tenuto ad essere videosorvegliato ed a fornire le immagini di tutto ciò che succede al suo interno, 24 ore su 24. Ma le attese immagini chiarificatrici non hanno ancora chiarito nulla. Si sa anche che quando un magistrato fissa l’incidente probatorio è obbligato a convocare tutte le parti in causa. Ma anche questo non è successo. Ultima precisazione, poi, che potrebbe apparire alquanto bizzarra: il magistrato che sta conducendo le indagini è la stessa persona che ha ordinato l’arresto dell’uomo.

E’ ovvio, comunque, che in un Paese civile come il nostro, un Paese che diffonde democrazia, pace e giustizia in tutto il mondo, ci si aspetterebbe che, se ci fosse qualcuno sospettato per aver commesso un simile assassinio, costui fosse quanto meno sospeso dal proprio incarico. Beh, non ci crederà, signor presidente, ma questo non è successo.

Un Paese come il nostro, che porta alta la fiaccola dei diritti umani ed urla al resto del mondo di abrogare la pena di morte, consente a propri dipendenti, sospettati di simili atrocità, di continuare ad esercitare la loro “professione” indisturbati, magari nei confronti di altri uomini o donne. Magari proprio in questo momento, mentre le sto scrivendo.

Sabato 10 novembre a Perugia c’è stata una grande manifestazione, piena di giovani e con oltre duemila persone, che chiedevano verità e giustizia per quell’uomo. Chiedevano di poter vivere in un Paese migliore, signor presidente.

Ho la speranza, signor presidente, che un giorno qualche nazione, ancora più civile della nostra, vada all’ONU a chiedere che venga fatta piena luce sulle centinaia di morti che avvengono all’interno delle carceri italiane.

Questo per sperare di poter vivere in un mondo un po’ più giusto, un po’ più libero, un po’ più vivibile.

Così come avrebbe voluto anche quell’uomo. Quell’uomo che si chiamava Aldo. E che era mio fratello.

Distinti saluti.

Claudio Bianzino

fonte: c.bianzino@virgilio.it

http://veritaperaldo.noblogs.org/

lunedì, gennaio 21, 2008

È l’unione che dà la forza

ELEZIONI A CUBA: IL POTERE DE L POPOLO

Un popolo unito oggi è un’eccezione Una forza di rivoluzionari e di patrioti uniti oggi è un’eccezione nel mondo. Una forza costituita dal meglio del paese, non solo come parte del Partito, ma come parte delle organizzazioni di massa e dell’Associazione dei combattenti rivoluzionari, questa realtà, è realmente unica al mondo.

Quello che ha liquidato le rivoluzioni è stata la divisione. Quel che ha impedito la vittoria dei nostri patrioti nel 1868 fu la divisone, quella divisone che Martí vide con tanta chiarezza, lottando per prevenirla e poi per evitarla. Fu la divisione imposta dagli interventisti dell’allora nascente impero che ci fece neocolonia.

È l’unione che ci ha fatto trionfare, che ci ha dato la forza per resistere con successo al più potente impero mai esistito.

È qui questa Rivoluzione e qui continuerà ad esserci Rivoluzione!"

Fidel, 29 dicembre 1997 / Traduzione Gioia Minuti

FOTOGALERIA | La visita de Lula a La Habana

"La Sapienza". Devastata l'aula autogestita dal collettivo di fisica

Sit-in e conferenza stampa oggi, ore 16 sotto al rettorato della sapienza

(19 gennaio 2008)

Ci avete dipinto come violenti e intolleranti. Il rettore ieri ci ha chiuso fuori dalla città universitaria come pericolosi bande medievali pronte alla devastazione e al saccheggio. Aspettavate di vederci cadere nella trappola e scontrarci con le forze dell'ordine. Non è accaduto, ma questo clima ha portato a degli atti punitivi che hanno colpito l'aula studenti di fisica, il gabbiotto autogestito di geologia e l'aula occupata di giurisprudenza.

Questa mattina entrando nell'aula occupata di Fisica, gli studenti hanno trovato foto e manifesti strappati dalle pareti e armadi, computer e libri imbrattati con bombolette; uno spettacolo in perfetto stile squadrista.

I luoghi simbolo dell'università che vorremmo, dove gli studenti si incontrano, studiano e dibattono liberamente.

Sapevamo di aver fatto cosa grande e sgradita a molti, ce l'hanno fatta pagare e speriamo che i responsabili di questi atti non vadano oltre. Ma questo non deve cancellare i contenuti che in questi giorni abbiamo prodotto.

Il Re è nudo.

L'atteggiamento del Vaticano ha dimostrato, al di là delle parole, la natura eminentemente politica di questa istituzione.

La quasi totalità dell'arco politico istituzionale, non riuscendo a far altro che a balbettare insulti a noi e servilistiche scuse al Papa, sottraendosi poi, esattamente come Ratzinger,alle contestazioni, ha dimostrato una volta di più la distanza che lo separa dalla società reale, che ormai non riesce più non solo a rappresentare, ma neanche ad interpretare. E ha anche dimostrato di essere ostaggio di una Chiesa sempre più prepotente e delle sue lobbie. Le istituzioni universitarie, il rettore Guarini in testa, con la loro gestione ridicola e incompetente dell'intera situazione prima e con la militarizzazione tanto surreale quanto autoritaria della piazza nella giornata di giovedì hanno reso evidente la crisi di potere che attraversano e l'incapacità di governare un corpo studentesco che parla ormai una lingua che non capiscono. I media, se ce ne fosse ancora bisogno, con la loro caccia al mostro e con la totale mistificazione della realtà che hanno operato, hanno dimostrato ancora una volta di essere mero strumento di propaganda del potere e di indottrinamento della società civile.

Quando abbiamo iniziato non pensavamo che sarebbe venuto a galla tutto questo.

E nemmeno pensavamo che il rettore sarebbe arrivato a tanto, dimostrando di aver perso totalmente il controllo di sé stesso, prima che dell'Università.

Vietare l'accesso alla città universitaria agli studenti che volevano manifestare, chiedendo il dispiegamento di un numero enorme di forze dell'ordine in assetto antisommossa a bloccare gli ingressi, impedendo la normale circolazione di chiunque in uno spazio pubblico e lasciando che, invece, i fascistelli di Alleanza Universitaria scorrazzassero liberamente per le strade della nostra università è degno solo di una dittatura.

Guarini si deve dimettere.

Ma quello che è successo non può essere cancellato.

Non importa quanto o quanti abbiano capito, noi c'eravamo. Non si potrà più tornare indietro.

Abbiamo dimostrato che gli studenti possono decidere dell'università.

Abbiamo dimostrato che il Papa può essere contestato come qualsiasi uomo su questa terra senza che nessun fulmine colpisca chicchessia.

Abbiamo dimostrato che il dibattito in questo Paese sulle questioni della scienza, delle ingerenze culturali e politiche del Vaticano sulla ricerca e sul pensiero scientifico è indegnamente arretrato e censurato.

Abbiamo dimostrato che chi dissente e lo fa con la forza delle proprie idee viene additato da tutti come Il Mostro.

E se a molti ha dato fastidio, vuol dire solo che abbiamo colpito nel segno.

COLLETTIVO RESISTENZA-FISICA
COORDINAMENTO DEI COLLETTIVI SAPIENZA

E' morto ieri a Reykjavik in Islanda Bobby Fischer. Aveva 64 anni.

(19 gennaio 2008)
Bobby Fischer

Passato alla storia per la vittoria sul russo Boris Spassky nel 1972 proprio a Reykjavik, negli ultimi anni si era contraddistinto per le sue decise e coraggiose prese di posizione contro la politica estera statunitense.

Nel 1992 aveva giocato la rivincita nella Jugoslavia già sotto l'embargo sgretolatore, vincendo nuovamente. In quanto cittadino statunitense, il governo Usa gli aveva proibito di partecipare all'iniziativa; successivamente è stato incriminato per avere violato l'embargo e rischiava, se fosse tornato negli Usa, fino a dieci anni di carcere. Per questo si oppose alla estradizione negli Usa e chiese asilo politico in Islanda.

Definì gli attacchi di New York dell'11 settembre come una "notizia meravigliosa".

Di origine ebraica, è sempre stato profondamente anti-sionista (e non "anti-semita" come scrive qui sotto la russa Novosti...).
Dopo l'11 settembre in un'intervista dichiarò: "A nessuno importa... [che] Stati Uniti e Israele abbiano massacrato i Palestinesi per anni", aggiungendo che gli Usa avrebbero dovuto essere "distrutti" se non avessero cambiato la loro politica estera.

Lo stato della monnezza

Volantino che verrà distribuito sabato prossimo in occasione del corteo "Rompere il Silenzio!" a Torino

(19 gennaio 2008)

I nostri manifesti lo gridano da anni: la libertà tolta agli squatter, agli anarchici e a quelli che lottano apertamente contro lo stato, verrà tolta a tutti.

Noi siamo le cavie, torino il laboratorio, il luogo dove si lavora a provare nuove forme di privazione della libertà.

Lo stanno sperimentando sulla loro pelle gli operai della tanto decantata città operaia. Lo stanno sperimentando le fascie più deboli della popolazione, zingari ed immigrati.

L’impennarsi della repressione nel periodo preolimpico (2005) era solo l’inizio di un nuovo pesante giro di vite. Sgomberi, aggressioni fasciste agli squat, manifestazioni antifasciste caricate o troncate, pesantissime denuncie di massa per saccheggio e devastazione e relativi arresti.

All’attacco frontale dell’apparato repressivo di stato al movimento di torino, corrisponde l’apertura di nuovi fronti ed all’ingresso in campo di forze nuove (vecchissime) per la repressione.
E così i fascisti che prima facevano gli attentati agli squat ed ai centri sociali, seguendo le mode lanciate dal linciaggio mediatico diretto dall’alto, ora tirano molotov ai campi zingari, impuniti e protetti in entrambi i casi.

Anche gli immigrati, tanto bramati in italia per il mercato del lavoro dai nostri sfruttatori, sono oggetto di aggressioni sempre più frequenti dei fascisti. Anche se pare che agli immigrati ci pensino ancora cc e ps uccidendoli nel corso di “normali controlli di polizia”. Una cade dal tetto, l’altro dalla finestra, l’altro annega nel Po, all’altro sparano in testa per sbaglio…

Ma l’esperienza che ha marchiato a fuoco questa città è la strage degli operai della Thyssen & Krupp. 7 operai bruciati vivi e nessuno che proponga uno sciopero generale. È questo quello che resta della torino operaia. I sindacati di stato CGIL, CISL e UIL indicono subito uno sciopero dei soli metalmeccanici per limitare al massimo i disagi per la produzione industriale. I sindacati di base CUB e COBAS non hanno il coraggio politico e la statura etica di indire lo sciopero generale. I lavoratori da soli mostrano di non saper intraprendere lo sciopero selvaggio, nonostante i 7 bruciati vivi.

È una grande vittoria padronale, forse superiore alla famosa marcia dei 40000 crumiri FIAT. Dai risvolti politici e sindacali gravissimi che ci godremo molto presto. Ma per ora gli stessi padroni, sbirri e sindacalisti istituzionali sono ancora stupiti dalla nullità delle capacità di difesa e contrattacco dei lavoratori.

Ma l’acuto repressivo è ancora una volta appannaggio dello stato. L’agguato combinato messo a punto per colpire le residue libertà di manifestare, per sopprimerle, è quasi completamente riuscito.

I processi per saccheggio e devastazione di genova e milano contro i manifestanti accusati di essere i più accesi, sono andati in porto. Unica nota stonata proprio torino, dove gli uomini della repressione cercavano di chiudere il triangolo repressivo. Il gioco non è riuscito perfettamente. L’accusa è caduta contro gli antifascisti torinesi (comunque condannati). Da questo momento torino è sparita dal palcoscenico mediatico della repressione, con grande rammarico dei vari Laudi, Tatangelo, Dodero e dell’eterno Maddalena, che cercheranno di rimediare al più presto sfornando qualche nuova montatura, magari dalle “prove granitiche”.

A genova dove cc e ps hanno assassinato Carlo Giuliani e torturato alla scuola Diaz e a Bolzaneto, i magistrati complici dei birri, hanno ignorato la sentenza di torino appena sfornata, dando un bell’esempio di cosa sia la vendetta di stato. Infliggendo centinaia di anni di condanna a chi è stato riconosciuto fra i manifestanti contro il G8 del 2001. il colmo è la condanna a 11 anni per l’anarchica Marina Cugnaschi colpevole appunto d’aver partecipato alla manifestazione. Il reato è il solito saccheggio e devastazione, quello che i teoremi repressivi dei PM han cercato di far passare a torino e a milano. L’obiettivo: la criminalizzazione di tutte le manifestazioni non istituzionali sgradite al potere, che dopo una breve carica decisa dagli sbirri, potranno essere incriminate di saccheggio e devastazione, da addossare agli elementi considerati più attivi.

Inutile dire che gli sbirri più sputtanati nel massacro di genova sono già stati gratificati dai loro mandanti ai vertici dello stato, con vistose promozioni.

Se dovesse essere confermata la clamorosa sentenza contro Marina Cugnaschi e gli altri imputati, si sancirebbe la perdita della libertà di manifestare per tutti.

Anche sul fronte della lotta del popolo NOTAV l’orizzonte si oscura.

La partecipazione della componenente istituzionale del movimento (sindaci e amministratori vari) all’Osservatorio Virano, sbandierata come una grande vittoria ottenuta grazie alla riconquista del cantiere di Venaus (8 Dicembre 2005) si è rivelata un tranello di stato in cui i sindaci sono caduti volentieri e sembra facciano molta fatica ad uscirne. Intanto, grazie alle assicurazioni dell’Osservatorio l’europa ha concesso un finanziamento di 670 milioni di euro per la realizzazione del tunnel tra francia e italia. Infatti se i sindaci, che rappresentano la popolazione, trattano, il TAV si potrà fare. Le “ sacche di estremisti NOTAV ” si elimineranno con le maniere forti. Non è così. Ma il finanziamento è partito e, per mettere le mani su quei soldi devono iniziare i lavori. I nostri mafiosi del cemento di destra e di sinistra manderanno avanti lo stato con i suoi carabinieri e con i suoi poliziotti, come ci ha promesso Prodi. Hanno 2 anni di tempo sennò i fondi saranno revocati. Hanno fretta di rubare e per rubare devono devastare l’ambiente con le loro colate di cemento. Per noi è di nuovo ora di mettere gli scarponi.

http://tuttosquat.net/
http://www.inventati.org/fenix/links.php

fonte: fenix-occupato@inventati.org

ZERO. PERCHE' LA VERSIONE UFFICIALE SULL '11/9 E' UN FALSO

Segnalo il film e il libro di Giulietto Chiesa relativo ai fatti dell'11 settembre:

http://www.zerofilm.info/